ARMANDO ASCATIGNO

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LA TRAPPOLA DEL PENSIERO (Romanzo)

LA TRAPPOLA DEL PENSIERO
(C) 2001 ARMANDO ASCATIGNO - TUTTI I DIRITTI RISERVATI



Capitolo primo


Ricordo bene quel mattino di fine luglio quando il caldo afoso impregnava l'aria immobile, stagnante sulla città.
Non c'era un alito di vento. In lontananza una grigia foschia arrivava dal fiume spandendosi tra le case rossicce, tutte uguali e sbiadite.
In piedi, con i gomiti appoggiati sul davanzale della finestra, guardai giù in strada l'unica persona che stancamente camminava sul marciapiede di fronte mentre uno sparuto gruppo di gatti ossuti si infilava sotto le poche auto in sosta, quasi potessero ripararsi dai raggi del sole già alto e dardeggiante micidiale calore sull'asfalto.
Il patto che avevo fatto la sera prima con me stesso reggeva ancora bene e mi pareva realtà indistruttibile che nulla più avrebbe potuto mettermi in angosciosa agitazione.
Avevo dormito oltre sei ore, dalle due dopo mezzanotte, con la finestra della camera da letto spalancata, senza esser stato per nulla infastidito dalla federa zuppa di sudore e nemmeno da quella gigantesca zanzara che ormai sazia si riposava tranquilla al centro del soffitto, tra le foglie del rosone di gesso verdolino che Lucia aveva voluto al posto del solito lampadario.
La stanchezza e quei tre bicchierini di cognac trangugiati prima di coricarmi erano stati efficaci più di un sonnifero e non era riuscito a mettermi di cattivo umore, , neppure il pianto disperato del moccioso del piano di sopra che mi aveva svegliato di soprassalto.
Osservai il volo radente di due gabbiani, stranamente in quel luogo e mi domandai se il mio stato di grazia fosse il frutto della conversazione con padre Paolo, il mio vecchio amico prete, oppure della decisione di tornare da mia moglie e da mia figlia, mandando al diavolo quelli ultimi cinque anni che mi avevano portato sull'orlo della follia.
Continuando a fissare la strada, ripensai a padre Paolo e mentre cercavo di ricordare il suo viso preoccupato nell'accomiatarmi in Sagrestia all'imbrunire del giorno prima e le sue raccomandazioni, il telefono squillò odiosamente nell'ingresso.
Seccato raggiunsi l'apparecchio ed alzai il ricevitore. Di colpo cominciai copiosamente a sudare, sentendomi soffocare.
Guardai lo specchio al di sopra del tavolino porta telefono e mi vidi riflesso nella luce del mattino con i capelli arruffati,la barba lunga e gli occhi rossi ed affossati.
Strinsi i pugni ed urlai nel microfono.
-Basta, per carità, non perseguitarmi,più -.
Un forte tremore cominciò a scuotermi le mani mentre mi sentivo sbandare.
Un proditorio mal di testa mi salì veloce dal collo verso l'occipite e raggiunse in breve la base cranica fin dentro gli occhi per poi esplodere,simile ad una mina sommersa nell'acqua di un laghetto,in ogni millimetro cubo del mio cervello
Guardai con odio il telefono ormai silenzioso e cinque secondi dopo, pallido e completamente incapace di reggermi in piedi, mi lasciai andare sulla poltrona di stoffa a fiori e foglie vicino al balcone del mio studio e pensai che forse nessuna forza al mondo avrebbe mai potuto tirarmi fuori dal precipizio in cui ero caduto.
Come un leit-motiv continuavo ad udire quella voce, sempre gelida ed ironica, che al di là del filo dell'apparecchio mi scherniva chiedendomi se avessi finalmente terminato il mio romanzo che ormai da anni avevo iniziato e mai concluso.
Mi chiedeva ogni volta arrogante: - allora bel tomo le idee ti si sono offuscate, il ragionare ti è difficile quasi impossibile; non è forse vero che tutto ti evapora sotto la penna come bolle di sapone? -
Poi agghiacciante concludeva minacciosamente, - a quando il suicidio, lo attendo con ansia!-
Quella piccola donna mi teneva in pugno da anni e contemporaneamente aveva disintegrato ogni mia risorsa levandomi qualsiasi possibilità di continuare il mio lavoro di scrittore e con ciò di guadagnarmi il pane.
Come per magia si era trasformata in un serpente schizzante veleno infido e mortale per la mia creatività distruggendomi la vita che accartocciandosi sempre più su se stessa, scivolava in un baratro senza fine e senza prospettive.


Da quattro anni Lucia era andata via, portando nella sua vecchia casa di via Cola di Rienzo la piccola Stefania.
Quel giorno lei e la bambina si erano vestite di un bel verde tenue ed entrambe avevano indossato scarpe di camoscio dal colore intonato.
Lucia mi aveva guardato negli occhi,mentre ero rimasto immobile seduto alla scrivania con la penna in mano senza fiatare.
Solo Stefania aveva parlato, con il viso serio e gli occhi azzurri senza sorriso.
-Papà, -aveva detto-noi ce ne andiamo. Io spero che tu guarisca presto e solo allora, forse,tornerò da te con la mamma. -
Poi erano uscite,mano nella mano,chiudendo delicatamente la porta di casa.

La malattia,come la chiamava Stefania,mi aveva rovinato e non c'era stata nessuna possibilità di miglioramento
Almeno si fosse trattato di sifilide o di qualche altra diavoleria organica ma non di quel insetto, che si era insinuato pian piano nel cervello costruendo una gigantesca ragnatela.
Il sospetto che un flusso malefico mi avesse colpito, mi aveva reso pieno di odio e di rancore verso ogni cosa che mi circondava e nemmeno mia moglie e mia figlia mi erano sembrate immuni da quel contagio, proprio loro innocenti creature, così immeritevoli di colpe.
Non che mi fossi svegliato, un mattino,cambiato nello spirito o nel corpo in preda ad un raptus demoniaco oppure oppresso da una angoscia che prima non avevo mai provato.
Spesso all'inizio riuscivo anche a sorridere su ciò che mi stava capitando ma presto dimenticai cosa significasse godere della più misera serenità, nella constatazione che ogni cosa che mi succedeva era tinta di colore plumbeo e di contenuto rovinoso . F


Fino al compimento del mio trentacinquesimo compleanno mi ero sentito un vero leone e baciato dalla fortuna .L'energia che avevo posseduto nel fisico e nello spirito era stato come un pozzo inesauribile dove avevo attinto a man bassa. Tutti mi avevano invidiato fin da bambino con quel padre importante che stava percorrendo brillantemente la carriera in Magistratura .
Simpatico, intelligente e sicuro di me non avevo mai fallito un appuntamento di un certo interesse .Qualsiasi cosa mi fossi prefisso di raggiungere l'avevo ottenuta ed era stato lo stesso sia che si fosse trattato di primeggiare negli studi o di aver successo con le donne, sia, più tardi, quando mi ero cimentato nel mio lavoro difficile ed appassionante.
Poi l'incontro con quella donna, che mi aveva aggredito verbalmente in strada davanti ad un mucchio di gente, mentre stavo uscendo da casa.
- Signor Brezzi, - aveva imprecato -lei si è approfittato di una povera vedova. Non si godrà nulla nella vita, glielo dico io e vedrà cosa significa lottare e soccombere!
Avevo tentato di calmarla suadente, ma quella aveva continuato.
-Lei non ha capito che avevo bisogno di essere aiutata ed invece mi ha dato il colpo di grazia. Per me ormai è tutto finito ma arriverà anche il suo turno, ne sia sicuro.
Rimasi sbalordito e muto. Il mio amministratore di allora le aveva,senza avvisarmi, tolto la casa.- nella quale aveva sempre vissuto -
Per pochi milioni, nell'intento di rifarsi di un prestito che le aveva concesso a mio nome allo scopo di finanziarle una modesta attività
commerciale poi fallita miseramente.
L'incontro, giù sul marciapiede, mi aveva rivelato una amara verità, di cui fino allora mi ero sentito immune, :che qualcuno potesse odiarmi visceralmente, disperatamente.
Il pentimento di non essere stato generoso, di non essere intervenuto in suo favore era stato immediato ed avevo atteso con ansia, da mesi, quel incontro come una catarsi.
L'inconscio desiderio di scusarmi, di vederla si era realizzato .Come una cambiale in scadenza l'avevo sentita sentenziare il proprio disprezzo.


Padre Paolo era stato sempre categorico .Solo nell'ultimo incontro mi era sembrato che avesse perduto gran parte della sua sicurezza.
Era stato verso la conclusione, dopo che quel santuomo mi aveva assolto e benedetto.
-Padre, - avevo detto sottovoce dopo un lungo silenzio, mentre in piedi osservavo il volto stanco del gesuita ed i suoi occhi infossati attraverso le spesse lenti da miope che erano state sempre parte immutevole del suo viso fin da quando l'avevo conosciuto da ragazzo, - un'ultima domanda.-
-Se un uomo,ridotto all'estremo dalle sofferenze, decidesse di suicidarsi quale sarebbe il giudizio di DIO una volta che la sua anima comparisse davanti a LUI per il verdetto eterno?-
Padre Paolo era rimasto sbigottito, seduto alla piccola scrivania .Si era passato lentamente .le dita sui pochi capelli grigi ed alzando il tono della voce aveva esclamato.
-Spero che non si tratti di un fatto personale, soprattutto dopo quanto mi hai confessato del tuo desiderio di tornare a vivere con tua moglie e tua figlia, ma voglio risponderti con chiarezza .-
Aveva preso una vecchia penna stilografica dal cassetto della scrivania ed aveva tracciato un cerchio su un foglio di carta..Al centro di questo aveva messo un punto e poi aveva disegnato innumerevoli frecce dalla circonferenza verso quello.
-Il punto è l'uomo, - aveva dichiarato con un filo di amarezza - e tutte quelle frecce sono le sofferenze cui è sottoposto.-
-Come vedi - aveva continuato,questa volta con molta dolcezza nella voce, - l'uomo è un bersaglio. Le frecce che lo colpiscono non hanno che un valore simbolico; ognuna di esse può portare un peso subliminale oppure talmente gigantesco da essere insopportabile per uno che non sia un santo.-
DIO, -aveva concluso disegnando un sole sopra il cerchio -è Essere Giustissimo e perciò valuta, di volta in volta, a che tipo di sofferenza questo puntino è sottoposto. LUI solo saprà giudicare se quell'anima andrà salvata e forse perdonerà il suicida .-
Padre Paolo si era alzato e mi aveva abbracciato con grande affetto.
- Ricordati, - aveva aggiunto, - ti conosco da quando avevi la barbetta di un adolescente e venivi qui a giocare a pallone ed a parlare con me. Sei un bravo ragazzo che in una frazione di secondo della propria vita ha perduto il senso delle proporzioni ma dotato di ingegno e di buoni sentimenti. Non fare che mi debba vergognare di me stesso e rimproverarmi di non averti insegnato nulla! -
I miei occhi si erano inumiditi sentendo le ultime parole dell'amico e senza aggiungere altro ero uscito da quella stanza che erano già le nove di sera.
L'asfalto, ancora caldo per la giornata di solleone, aveva ripetuto con rumore sordo i miei passi mentre intorno gruppetti di turisti schiamazzavano vociando in un concerto di lingue diverse.



Capitolo secondo



Verso le dieci mi alzai dalla poltrona sentendomi di nuovo rilassato ed avvertendo un discreto benessere. Sia i capogiri che i dolori alla nuca erano svaniti ed il caldo non mi dava più fastidio.
Mi diressi in cucina con passo spedito ed dopo essermi preparato un caffè pensai di mettermi sotto la doccia. L'acqua fredda, che violentemente mi cadeva sulla testa, mi diede la sensazione di recuperare rapidamente le mie forze.
Mi era sempre piaciuto fare la doccia gelata ed anzi ne sentivo la necessità come se quella fosse un balsamo capace di penetrarmi sotto pelle.
Uno strano ottimismo prima fece capolino e poi dipinse di rose speranze il mio cervello quando fatta la barba mi passai sul viso la lozione, ultimo regalo di Stefania per il mio onomastico e che riservavo per le grandi occasioni.
Il pensiero di rivedere e di riabbracciare la bambina lievitò in un impulso irrefrenabile non appena mi infilai pantaloni e camicia e nulla, immaginavo, mi avrebbe più trattenuto da realizzare il mio programma.
Quasi sorrisi quando mi accorsi che la mia vecchia coupè era parcheggiata al sole, davanti al negozietto di articoli elettrici e sembrava un ferro rovente, mentre quasi tutte le altre poche automobili godevano dell'ombra degli alti pini aldilà della strada.
Nulla al di fuori di Stefania occupava i miei pensieri.
- Piccola cara, - sussurrai parlando da solo non appena ebbi messo in moto la vettura - quanto ho bisogno dei tuoi baci e quanto mi mancano le tue carezze ed i tuoi innocenti sguardi!
- Come ho potuto farti piangere? - Mi domandai in rapida successione e subito dopo ebbi la certezza che avrei iniziato da quel momento una nuova vita ed avrei ricostruito pazientemente gli affetti familiari.
Per quanto mi sforzassi non riuscivo invece ad immaginare che Lucia mi avrebbe accettato e mentre saettavo lungo l'autostrada per Civitavecchia, rivissi l'ultimo vero colloquio con mia moglie il giorno prima che lei se ne andasse da casa.
Era stata dura nell'atteggiamento e più ancora nel linguaggio decisa a farla finita con quella vita dolorosa che da anni l'avevo costretta a condurre.
Inizialmente l'avevo fraintesa ma poi fu chiarissima.
- Non ti posso più seguire nelle tue fobie,- aveva urlato mentre spalancando i grandi occhi castani e fissandomi, aveva espresso repressi rancori.
- La voglio fare finita con te e con me, - aveva continuato piangendo accoratamente - fammi la cortesia di andartene altrimenti me ne andrò via io con la bambina. Anzi, devo assolutamente andarmene io perché non voglio più vedere questa casa e se ancora non l'hai capito cerca di intendere bene che fino ad ora ho fatto di tutto per esserti vicina, per non contraddirti e per non farti mancare il mio amore. Ora basta, se continuassi così ti farei solo del male e farei soprattutto un grande danno a Stefania.-
Ero rimasto silenzioso. Troppe volte le avevo promesso che mai più mi sarei lasciato trascinare da quel demonio che sempre più spesso mi spingeva ad imprecare contro un destino che avvertivo persecutorio e che mi impediva ormai qualsiasi comportamento equilibrato.
Lucia aveva parlato seriamente e voltate le spalle, singhiozzando sommessamente,aveva frugato nel cassetto centrale del comò alla ricerca di un fazzolettino.
Avevo avvertito una tagliente tristezza trapassarmi da parte a parte ed avevo avuto appena la forza di alzare lo sguardo verso di lei pur sentendo irresistibile l'impulso di stringerla tra le braccia .
Lucia era diventata sempre più bella man mano che erano trascorsi gli anni. Il viso ovale e gli occhi avevano assunto negli ultimi mesi una espressione di trasparente malinconia che rendeva più delicato il suo volto.
Il corpo slanciato era ancora più elegante da quando si era leggermente dimagrita ed i fianchi alti la rendevano sempre più sessualmente appetitosa .
Avevo pensato tutto ciò in un attimo poi avevo detto inespressivo.
- Non posso trattenerti anche se questa tua decisione mi fa soffrire. Forse è meglio così anche per Stefania, quella bambina deve vivere tranquilla ed io non posso garantirle questa serenità. Tu stessa, - avevo proseguito dopo una breve pausa - hai visto cosa mi capita quotidianamente. -
-Vi sto mandando in rovina, - avevo sospirato - e tu Lucia sai in che disastro stiamo precipitando. Da quando quella donna mi ha bollato è cominciato il conto alla rovescia e nessun Editore mi pubblica più niente. -
Era la verità. Quello che scrivevo non valeva nulla ed a pensare che tutti avevano previsto per me un avvenire eccezionale.
Idee ne avevo tante ed ottime ma quando si trattava di metterle giù non ero più capace di tradurle in una trama accettabile.
Mi sentivo senza forze e non possedevo più quella grande capacità di comunicare e quello stile che erano stati la mia bandiera vincente. I frequentissimi mal di testa, le vertigini, le nausee improvvise contribuivano a distruggermi.
"Nevrosi ansiosa con somatizzazione", avevano concluso i medici ed io mi domandavo che male avessi fatto per essere colpito, cosi gravemente, da una simile sindrome.
Era cominciata in me una metamorfosi assurda: odiavo tutti coloro che vivevano serenamente e più li detestavo più la mia vita diveniva un calvario.
Avevo cominciato a fare piccoli debiti nella speranza di poterli saldare con il mio lavoro ma lentamente, erano diventati buchi pericolosi e non vedevo nessuna prospettiva di risanare il mio bilancio tanto che Lucia aveva venduto tutti i suoi gioielli per far fronte alle più impellenti scadenze.
C'erano rimaste la villetta di Ansedonia e l'appartamento dove vivevamo, ambedue gravati da ipoteche e la disperazione di non poter concludere nulla di positivo mi stava spingendo verso la pazzia più totale e l'abulia più assoluta.
Avevo rivissuto in un attimo quegli ultimi anni, poi avevo guardato dolcemente mia moglie.
- Tesoro, - avevo appena iniziato a dire - forse tutto si aggiusterà con il tempo. -
Lucia non aveva voluto sentirmi e guardandomi tristemente aveva scosso il capo rifugiandosi a piangere silenziosamente nel bagno.


Mancavano ancora pochi chilometri per raggiungere Ansedonia.
Quella piccola villetta sul colle, da dove si dominava il minuscolo golfo, era stata ciò che di più bello ero riuscito ad avere con i diritti d'autore del mio primo romanzo.
A soli ventotto anni, tutto mi era parso facile e splendido.
Lucia era poco più di una ragazza ed aveva compiuto da poco diciannove anni quando l'avevo conosciuta a casa di amici.
Lei era rimasta affascinata dalla mia personalità e dalla mia voce profonda e calda che raccontava di cose mai banali, ma sempre semplici e senza ricercatezza di linguaggio. La mia tranquillità l'aveva conquistata ed avevo capito che si era innamorata di me guardandola negli occhi.
Ero diverso da tutti gli uomini che aveva conosciuto in precedenza.
Né al liceo né all'università, dove frequentava Scienze Statistiche, aveva mai incontrato un giovanotto simile a me. Molti erano stati coloro che l'avevano corteggiata assiduamente e molti erano con certezza, più aitanti e bellocci ma in me aveva visto un altro fascino.
Ogni frase ed ogni pensiero che usavo era come se scavassi con estrema disinvoltura nelle cose della vita e di conseguenza nella sua anima.
Il carisma che emanavo era più importante del mio non trascurabile aspetto esteriore ed il tutto si trasferiva nel suo cuore attraverso le mie parole ed attraverso le mie frasi che raggiungevano le sue orecchie e la sua anima; e poi i miei baci morbidissimi ed assolutamente nuovi per lei perché trasmettevano da un lato sentimenti profondi, e dall'altro tutta la mia passione.
In più ciò che sapevo usare magistralmente per conquistarla ancora di più era il mio sguardo, magnetizzato da occhi grigio verdi mobilissimi ed attenti, che si illuminavano continuamente con un sorriso ironico che non mi abbandonava mai.
Ci volle poco per convincerla che il nostro matrimonio sarebbe stato felice.
Il mio libro aveva venduto più di trecentomila copie ed anche da un punto di vista economico io le potevo offrire una grande tranquillità.
Avevamo comprato un appartamento a Monte Mario dove avremmo vissuto e quella villetta ad Ansedonia che Lucia aveva scelto tra quelle appena costruite.
Ad Ansedonia avevamo trascorso per alcuni anni, prima e dopo la nascita di Stefania, giornate felice ed irripetibili.
A me il sangue entrava in ebollizione ogni qual volta mi soffermavo con lo sguardo su mia moglie e non era importante se lei fosse vestita o seminuda e se io le osservassi il viso o il seno, i fianchi o le gambe. Il risultato era sempre lo stesso Lucia mi faceva perdere la testa sempre e comunque perché possedeva qualcosa di estremamente conturbante e di naturalmente provocante e seducente.
Era strano che lei non si fosse mai resa conto, appieno di quale formidabile potere esercitasse su me e non che Lucia fosse una sprovveduta in fatto di malizia.
Provava un profondo piacere quando io le dimostravo il mio appetito sessuale ed anche i momenti particolari che sceglievo ed i modi sempre ricercati e fantasiosi erano per lei chiari segnali che la potenza mascolina del suo uomo non aveva certamente bisogno di essere sollecitata.
Ma più in là Lucia non andava e non capiva come mai, talvolta, io fossi addirittura quasi brutale quando la possedevo.
Qualche volta ne aveva avuto timore. Il mio insistere,cocciuto e selvaggio e nello stesso tempo dolce e appassionato,nel cercare che lei godesse prima di me, le faceva piacere anche se tutto ciò la poneva spesso di fronte ad un dilemma ed a un presentimento su ciò che sarebbe potuto accadere il giorno in cui io non l'avessi più voluta così pienamente.
Che l'amassi non c'erano dubbi ma l'interrogativo rimaneva senza risposta, quando Lucia pensava se fossi stato così innamorato da essere pronto a sacrificarmi per lei, cioè a rinunciare a qualcosa di grande e di mio per quell'amore. Ciò che risultava così assurdamente incerto era per Lucia potermi strappare delle confidenze su quanto pensassi nei momenti in cui, come un uomo soddisfatto solo parzialmente, mi mettevo a fissare per lunghe ore il mare senza parlare, tenendo la sua mano nella mia. Le davo la possibilità ma anche il potere di sbizzarrirsi con la fantasia tanto che qualche volta lei aveva cercato di tirare ad indovinare ed io le sorridevo ironicamente non confermando tuttavia mai, attraverso lo sguardo, ciò che lei desiderava sentirmi dire.
Nonostante ciò, Lucia era pienamente felice e spesso si era accorta di rivolgersi con una preghiera al cielo per chiedere che io rimanessi sempre così enigmatico, ma sempre dolce ed appassionatamente vero.
Ciò che più la preoccupava era quella vena di pessimismo esacerbato che traspariva, come un leit-motiv,dai primi capitoli del mio nuovo romanzo e che lei aveva letto approfittando delle poche volte che mi assentavo per andare a Porto S. Stefano a parlare con il mio Editore. Era un pessimismo strano in un uomo che aveva tanto, e Lucia avrebbe preferito che scrivessi qualcosa di più consono alla realtà della nostra vita, specialmente ora che era rimasta in cinta. Capiva le mie esigenze letterarie ed anche che uno scrittore non deve riportare per forza, in ciò che crea, le proprie esperienze personali.
Di ciò non poteva parlarne perché se io avessi saputo che lei di nascosto leggeva i miei manoscritti mi sarei molto adirato.
Un giorno pensò di affrontarmi prendendo molto alla larga l'argomento che le stava a cuore. Mi aveva detto.
- Quando arriverai verso la conclusione del libro mi piacerebbe che tu mi consultassi per il finale. Avevo osservato attentamente il bel viso, diventato ancora più dolce per la maternità, poi accarezzandole i lunghi capelli, le avevo chiesto.
- Certo Lucia che ti chiederò un parere. Come lo vuoi il finale triste o a lieto fine?-
- Bello, bellissimo, - aveva risposto arrossendo e baciandomi con trasporto - lo devi fare per me a lieto fine ed anche come augurio per la nostra creatura. -
Le avevo sorriso.
- Va bene, tesoro, ma promettimi di non leggere niente di quanto sto scrivendo. Al momento opportuno esaminerai il mio romanzo e ti ascolterò nei limite del possibile. -
Poi cambiando improvvisamente argomento avevo esclamato con velo della mia solita ironia.
- Oggi mi devi cucinare queste due magnifiche spigole come sai fare tu. Voglio gustarle perché in fondo sono un epicureo e tu lo sai bene. -


Quando Stefania compì sei mesi, avevo chiamato Lucia dopo che lei ebbe messo a nanna la piccola.
Era una sera di ottobre inoltrato e dal nostro attico a Monte Mario si vedeva all'orizzonte un tramonto meraviglioso. Il sole si era appena tuffato dietro due grosse nuvole e le aveva rese prima di un rosa tenue poi di un rosso fiammeggiante. Il cielo terso, tutto intorno ad occidente, pareva indeciso ad oscurarsi o se risplendere ancora di tinte violacee.
Sembrava che nella lotta di luci del tramonto la forza dei colori vivi avesse il sopravvento su quelli smorti ed opachi, ma qualche minuto dopo la tinta del cielo divenne improvvisamente tutta uguale, quasi plumbeo con qualche ultimo bagliore giallo arancio.
Lucia era giunta vicino a me, quando ormai tutto si stava oscurando, vedendomi dritto in piedi sulla grande terrazza, pensoso .Mi si era accostata da tergo senza farsi sentire ed aveva posto le mani sulle mie spalle.
- Eccomi qui, - aveva bisbigliato - sono da te, amore mio. -
Scuotendomi dalle meditazioni in cui ero immerso, mi ero girato e baciandola teneramente sulla bocca le dissi.
- Ti ho chiamata perché stasera voglio conoscere il tuo parere su quanto ho scritto, devo concludere, - avevo aggiunto, dopo un attimo di sosta durante il quale avevo osservato il viso di Lucia illuminarsi di gioia, - e come ti ho promesso ti leggerò l'ultimo capitolo come l'ho ideato io. La trama la conosci già a fondo perché ne abbiamo tanto discusso, ma il finale sarà una sorpresa!
Lucia si era fatta una bella risata pensand0 che io l'avessi voluta accontentare con quel ultimo capitolo .
Dopo essersi seduta lì fuori sulla sedia di vimini nel terrazzo e dopo aver acceso la potente lampada dietro il divano a dondolo aveva iniziato ad ascoltare la mia lettura mentre nel frattempo mi ero sistemato vicino a lei.
Man mano che il racconto proseguiva una intensa commozione si dipingeva sul suo volto. Lucia era affascinata dal mio stile ma ugualmente soffriva compenetrandosi in quella figura femminile che stavo per far morire in una odissea di tristezza.
Non mi aveva voluto interrompere nemmeno una volta mentre leggevo ma alla fine, sedendosi sulle mie ginocchia ed accarezzandomi, aveva mormorato, -tesoro mio, non mi hai assolutamente ascoltato. Hai scritto quello che volevi con grande arte e non ti posso biasimare perché sei stato perfetto ma una cosa la devo dire. -
- Io spero, - aveva detto stringendomi forte, - che la nostra vita sarà molto diversa perché se così non fosse preferirei morire adesso che sono felice. -
L'avevo baciata sulla bocca ardente .
Lucia aveva approvato il finale del mio libro e l'indomani il manoscritto sarebbe arrivato nelle mani dell'Editore così come l'avevo creato e fu anche quello un altro successo di critica e di pubblico e così a trentun anni potevo dirmi completamente soddisfatto. Non avrei potuto chiedere niente di più alla vita con quella compagna innamorata e quel angioletto di figlia e in più con una carriera lastricata di sicuri progressi.





Capitolo Terzo



Fermai il coupè a qualche metro dal cancello d'ingresso della villetta che il sole, ancora alto,stava appena iniziando la parabola discendente verso il mare.
Forse saranno state le quattro di pomeriggio e intorno udivo assordante il canto delle cicale.
La casa, invece era tranquilla e nessuna voce proveniva dal suo interno. Aprii il cancello senza farlo cigolare e percorsi, tra gli alberelli, il vialetto ghiaioso fino al box dove trovai parzialmente sollevata la saracinesca .Entrai chinandomi sotto questa e cercai, movendomi con cautela, di non infrangere quiete e silenzio.
Appoggiai le mani sulla bianca utilitaria di mia moglie traendone motivo di conforto e salii i due gradini che portavano nel soggiorno dopo averne discretamente aperta la pesante porta d'accesso in legno massiccio.
C'era una grande penombra nella stanza. Le persiane delle finestre erano tutte socchiuse e la vista stentò ad abituarsi a quella relativa oscurità.
Attesi fermo, quasi immobile, di riconoscere le cose amiche e poi mi diressi titubante verso la prima porta a destra del lungo corridoio.
Il cuore cominciò a pulsare con violenza quando misi la mano sulla maniglia di ottone brunito ed i battiti divennero impetuosi non appena entrai nella camera di mia figlia.
Stefania dormiva tranquilla, vestita di un corto pantaloncino bianco e con una maglietta sbracciata a strisce orizzontali giallo verdi, i lunghi capelli sciolti, ai lati del viso abbronzato, sul candido cuscino.
Il minuscolo nasino coperto di minute lentiggine, le labbra appena aperte e le folte ciglia le facevano sembrare l'ovale del viso simile a quello di una bambola antica, ma il corpo, abbandonato sul copriletto, era quasi quello di una adolescente cosi snello e cresciuto dall'ultima volta che l'avevo vista.
Ne scrutai le lunghe gambe nervose dalle ginocchia asciutte ed armoniose e rimasi incantato sognando la sorpresa che lei avrebbe avuto nel rivedermi una volta sveglia.
Avvertivo distintamente che una intollerabile emozione stava impadronendosi del mio cervello e provavo nello stesso tempo un desiderio imperioso di baciarla e di accarezzarne il viso stringendola al petto.
Ormai tanto tempo era passato da quando avevamo giocato insieme .I castelli di sabbia che avevamo costruito pazientemente sulla spiaggia e che poi allegramente distruggevamo, quei momenti magici quando le rimboccavo le coperte dandole la buona notte, erano già ricordi lontani .
Se almeno per un attimo tutto fosse tornato come prima, certamente Stefania mi avrebbe accolto senza chiedermi nulla !
Guardai di nuovo tremante il volto di mia figlia ma di colpo ebbi paura che si svegliasse ed aprendo gli occhi mi giudicasse severa e con quel pizzico di crudeltà proprio dell'innocenza dei ragazzi.
Cosa avrebbe potuto dirmi ?
Forse che gli anni in cui mi ero comportato con banalità non erano esistiti o che le sue lacrime di bimba addolorata per la sorte del padre non erano state vere?
Mi portai le mani agli occhi umidi ed arrossati, toccai sfiorando con la punta delle dita i morbidi capelli di mia figlia e silenziosamente, come ero entrato, uscii dalla stanza rifacendo in senso inverso il tragitto che avevo prima compiuto.
Mi ritrovai fuori sul vialetto ghiaioso, solo con la mia tristezza ed appena allora mi accorsi di avere irrimediabilmente perduto la mia famiglia.


Osservai il tondo portacenere di cristallo in mezzo alla scrivania e contai i quattro mozziconi di sigaretta, diverse volte in modo del tutto automatico.
Sbirciai l'orologio da polso d'oro che avevo posato alla mia sinistra su alcuni libri in perfetto allineamento verticale e mi resi conto di trovarmi seduto, con quella penna a sfera in mano e con un foglio di carta, assolutamente immacolato, da quasi un'ora.
Una minuscola formica girava incessantemente intorno al pacchetto di sigarette,non riuscendo a trovare una qualsiasi strada per allontanarsi dal fascio di luce che la lampada a luce azzurra inviava come un riflettore sul piano di legno del tavolo.
Più che pensare alla trama del mio ancora vergine romanzo,non ancora iniziato, rincorrevo strane sensazioni.
Quel ronzio fisso all'orecchio sinistro stava diventando . nel silenzio della notte, sempre più intenso e fastidioso.
Chiusi gli occhi ed appoggiai la fronte sul palmo della mano e cominciai a riflettere se l'occasionale incontro con Mauro fosse stato un segno del cielo per aiutarmi oppure l'ultimo atto del mio dramma.
L'avrei dovuto rivedere fra poche ore a Fregene, per il pranzo.
Al "San Marco" ci sarei andato volentieri in quella che si annunciava una giornata d'agosto bollente e soffocante, perché la terrazza del ristorante dello stabilimento mi avrebbe permesso di godere della vista del mare e respirare la brezza da ponente che non mancava mai in quel posto .Nello stesso tempo avrei potuto prendere un po' di sole per dare al viso, sempre più emaciato, un tantino di colore.
Avevo incontrato Mauro la sera stessa che ero tornato da Ansedonia .Ero avvilito quando lo vidi.
Lucia mi aveva sorpreso mentre nel giardino della villetta avevo sostato un attimo sotto l'unico ippocastano .L'albero era vicino al cancello ed io mi ero fermato a riflettere su tutta quella strada che avevo percorso per stare vicino a Stefania solo qualche minuto e per di più senza poterle parlare.
- Che fai qui? - Mi aveva chiesto senza nemmeno tentare di nascondere la sorpresa di rivedermi dopo più di due mesi.
Ero arrossito. L'essermi introdotto nella nostra casa come un ladro, non mi aveva fatto piacere ma ancora di più non tolleravo di dover dare una qualsiasi spiegazione a mia moglie .Non avevo intenzione di chiederle la carità di accettarmi e non le avrei mai detto che ero venuto per rimanere con loro, distrutto dalla nostalgia.
Lucia aveva atteso invano una risposta .Poi aveva domandato di nuovo.
- Sei venuto forse per stare qualche giorno con noi? Stefania ne sarà felice. Vedrai quanto le ha fatto bene stare qui in questi mesi.-
Inutilmente aveva appoggiato le mani sulle mie spalle con un gesto affettuoso.
Tutte le promesse che mi ero fatto quando ero partito da Roma ed ogni pensiero di riscatto, sofferto durante il viaggio, erano svanite in un attimo come nebbia al sole.
Quella maledetta paura di tradire nuovamente la fiducia di mia moglie e di mia figlia giganteggiava in me, assoluta. Avrei potuto dirle la verità, ma avendola guardata negli occhi tinti di malinconica dolcezza,mi ero sentito perduto e triste e non avevo saputo cosa risponderle.
- Mi trovavo a Grosseto e sono venuto per vedere se state bene e se avete bisogno di denaro perché devo essere a Roma questa sera. - Lo sguardo di Lucia si era indurito improvvisamente.
- Stiamo bene - aveva esclamato cambiando tono di voce -e non abbiamo bisogno di soldi perché io e Stefania spendiamo pochissimo e quello che mi regala mensilmente mia madre basta ed avanza .
Avevo osservato attentamente l'espressione di mia moglie, poi avevo detto. - Allora tutto a posto. Penso che Stefania stia dormendo e non voglio disturbarla per pochi minuti. Ci rivedremo a Roma quando tornerai a fine settembre. -
Dicendole questa frase idiota avevo teso la mano destra a mo' di saluto ma lei era rimasta immobile e poi si era allontanata a passi
svelti e decisi verso il portoncino di casa.


Mauro mi aveva, in un certo senso, attenuato la tristezza che mi rivestiva come una maschera tragica.
A Trastevere c'era un mucchio di gente e quando l'amico si fu seduto al mio tavolo un po' imbarazzato ma sorridente ne ero stato felice.
- Che buon vento ti porta! - avevo esclamato, una volta che lui mi fu di fronte, abbronzantissimo e con gli occhi neri illuminati di sorpresa e mi ebbe stretto con effusione ambedue le mani.
- Il vento della bufera, - aveva risposto socchiudendo le palpebre con aria misteriosa -il monsone estivo per dirla più semplicemente, -
- Ciò vuol dire, - avevo chiesto incuriosito, - che non vivi più a Roma tranne che in estate? -
- In un certo senso è così, -
Nel dire ciò Mauro mi aveva guardato e si era fatto improvvisamente serio.
- Caro Roberto,le cose sono molto cambiate in questi ultimi due anni, proprio da quando ci siamo visti l'ultima volta a casa di tua sorella,come certo ricordi. -
- Oggi come oggi, -aveva ripreso dopo un breve silenzio,-sono un uomo che economicamente deve ricominciare da zero, anzi da sotto zero e come auspicio, considerando il caldo che ancora fa a Roma,mi sembra una prospettiva paradossale. -
Nel fare questa affermazione Mauro aveva ripreso di colpo il suo sorriso di eterno ragazzone ed aveva cambiato argomento.
- Ho saputo che non vivi più con Lucia e la bambina. Come è successo? Forse ti sei invaghito di qualche intellettuale di sinistra del tuo ambiente ed hai fatto questa enorme fesseria?-
Avevo ascoltato l'amico più udendo il piacevole timbro della sua voce, che sentendo il contenuto delle sue frasi. Conoscevo Mauro da una decina di anni e sapevo perfettamente che nessuna cosa al mondo era capace di turbarlo più di tanto .Era un grande scapolone ed aveva uno strano concetto delle donne, fiori da cogliere, curare per una settimana e poi da gettare via e non aveva per nulla, il senso della famiglia mentre profondo era il significato che dava all'amicizia.
Avevo pensato di non rovinargli la serata raccontando dei miei guai ed avevo deciso di approfondire il discorso su quanto mi aveva detto all'inizio .
- Di Lucia ti racconterò un'altra volta ma piuttosto come fai a dirmi tante panzane, come quella di essere sul lastrico e senza il becco di un quattrino? Vorrei proprio sapere che ne hai fatto di tutti i soldi che avevi, anni fa, con quel tuo fiorentissimo commercio all'ingrosso? -
Avevo pronunciato questa frase con la speranza che mi avesse voluto raccontare una grossa bugia perché immediato era stato il pensiero di chiedergli un prestito
Mauro mi .aveva squadrato fissandomi attentamente poi aveva proseguito.
- Sono in mano agli strozzini e devo essere grato al Padreterno se ad oggi con un mucchio di assegni postdatati sono riuscito ad eliminare l'ottanta per cento dei debiti. Per centoventi milioni, ho dovuto sborsare oltre mezzo miliardo ed ora per gli ultimi trenta ne devo esattamente centoventi, quanto cioè avevo perduto in una notte pazza giocando una allucinante partita a poker a bordo di una barca di conoscenti, che mi avevano invitato a passare una settimana bordeggiando la Sardegna. -
Si era fermato a riflettere quasi volesse rivivere il momento indelebile di quella strana vacanza,poi aveva proseguito.
- Mi hanno fatto pagare il biglietto mettendomi in mezzo a dei bari professionisti senza scrupoli,ma quello che conta è che mi hanno spennato senza pietà. Alla fine ho dovuto firmare un’infinità di impegni bancari senza averne la disponibilità poiché i miei liquidi, allora, erano tutti impegnati nella mia attività commerciale.
Avevo ascoltato quella ridda di cifre senza battere ciglia e senza lasciarmi andare a gratuite confidenze sui miei problemi, meravigliandomi tuttavia di avere di fronte ancora un uomo pieno di vigore e non,come sarebbe stato logico, frustrato.
Avevo atteso che il cameriere si fosse allontanato e poi gli avevo fatto cenno di continuare, cosa che fece puntualmente.
- Così, - aveva concluso, facendo il gesto di strofinare tra loro i polpastrelli dell'indice e del pollice della mano destra,-ho dovuto svendere i preziosi che avrei dovuto invece vendere e sono stato costretto a ricorrere ad alcuni cravattai per non mandare in protesto i miei assegni. Faccio un lavoro di rappresentante e mi sono messo in un piccolo commercio di compravendita di auto usate. Ho venduto praticamente tutto ciò che possedevo ed eccomi qui felice e contento di avere oggi,come debito finale, la stessa cifra che realmente ho perduto. -
Avevo osservato l'amico con apparente distacco,sorseggiando del vino bianco ed avevo esclamato.
- Insomma hai lavorato in questi anni per ingrassare i maiali! Bravo Mauro! Vedo però che il tutto non ti ha tolto l'appetito né ti ha sciupato. Sei veramente un tipo formidabile,-avevo commentato ancora fissandolo - sembra quasi che tu sia un uomo soddisfatto. -
Mauro si passò il candido tovagliolo sulle labbra e senza fretta aveva risposto.
- Certamente sono più che soddisfatto perché,lottando per sopravvivere .ho imparato ad apprezzare la vita più di prima. Ho acquistato il gusto della sfida che per me vale di più di qualsiasi somma di denaro! -
Poi aveva concluso soddisfatto,.-,ho voluto cimentarmi in una gara in salita contro i più sordidi individui che ci siano sulla faccia della terra .Ora che ho quasi vinto la scommessa con me stesso, quasi me ne dispiace .Tra un anno non dovrò più una lira a nessuno e probabilmente mi annoierò. -
Ebbi un lampo improvviso. Questo avrebbe potuto essere il significato di quel romanzo che non riuscivo più a scrivere
Raccontare della lotta accanita per tirarsi fuori dai guai ricostruendo il senso della vita molto spesso priva di qualsiasi stimolo emozionale e ciò avrebbe forse risvegliato nel mio Editore l'interesse sul mio lavoro che senza sottintesi ormai era spento .
Con una trama del genere sentivo che il mio libro avrebbe avuto un grande successo e contemporaneamente un grosso ritorno economico .
Il mondo degli intrighi e quello degli strozzini, che avevo appena sfiorato mi attraeva fortemente .
Mauro era certamente un personaggio interessante, non un avventuriero ma piuttosto un uomo spregiudicato e senz'altro coraggioso. Gli avrei fatto una proposta seduta stante.
- Ascoltami con attenzione e non ridere! Anch'io ho i miei guai e sono disposto a ricompensarti se mi introdurrai negli ambienti che tu giocoforza sei stato costretto a frequentare. Ho bisogno di denaro assolutamente in questo momento. Non dovranno sapere chi sono realmente e per questo mi serve il tuo aiuto .Tu garantirai per me, tanto di te ormai si fidano dopo tutto ciò che hai sborsato. Questo gioco, - avevo continuato cercando di scorgere la reazione alle mie parole sulla faccia dell'amico - non ci costerà assolutamente nulla perché ho intenzione di scrivere un bestseller. -
Mauro questa volta non aveva sorriso ed aveva borbottato
- Benissimo ho capito il tuo scopo, ci sto ma ad una condizione .Mi spiegherai con comodo perché vuoi buttare via tanti soldi. So bene che hai sufficiente fantasia per scrivere riguardo a situazioni ed ambienti che conosci relativamente e perciò credo che ci sia un altro motivo più importante e che il problema non sia tutto nella trama di un romanzo. -
- Comunque, - aveva esclamato stringendomi la mano -ci rivedremo fra quindici giorni, il 13 agosto a Fregane al san Marco per l'ora di pranzo. -
- Quel giorno, - aveva proclamato mettendosi una mano sulla camicia bianca avorio in direzione del cuore come una promessa certa - saremo in tre: tu, io ed uno dei più fottuti strozzini della capitale e da lì comincerà la tua storia. -
Avevo urgentemente bisogno di trenta milioni .Il direttore della Banca mi aveva sollecitato a rientrare dal rosso che generosamente mi aveva concesso ed alla fine di Settembre avrei dovuto saldare la cifra prestami e gli interessi maturati.
Dallo strozzino che aveva finanziato Mauro dovevo per forza andare e quella notte ebbi dei grossi pentimenti per aver mentito al mio amico.

Capitolo Quarto



L'uomo seduto vicino a Mauro era grasso ed imponente, piuttosto calvo. Le maniche della camicia azzurra, arrotolate fin sopra i gomiti, lasciavano scoperti gli avambracci pelosi e le mani tozze, con dita corte e grasse, che parevano due larghe spatole.
Gli occhi, piccoli e mobilissimi di colore castano scuro, scrutarono brevemente il mio volto non appena fui seduto alla destra di Mauro.
Arricciò il naso bitorzoluto molto pronunciato, dalle narici larghe ed irregolari e sorrise distendendo, come in una smorfia, labbra sottili che scoprirono denti giallastri nauseanti. Poi domandò rivolgendosi a Mauro
- Questo è il suo amico? -
Al cenno di assenso di Mauro continuò parlandomi direttamente.
Non è stato molto puntuale. Stiamo aspettando da venti minuti per cominciare a mangiare. -
Ebbi un immediato motto di stizza per il suo tono provocatorio poi controllandomi, sintetizzai.
- Il traffico è bestiale. Scusate il ritardo. -
Al cameriere del ristorante che fu subito da noi, ordinammo spaghetti alle vongole e gamberi allo spiedo quindi Mauro, senza fare alcuna presentazione, si rivolse all'ospite.
- Come le ho già accennato il mio amico ha bisogno urgentemente di quaranta milioni. Ha fatto un investimento sbagliato e momentaneamente è rimasto a corto di liquidi. -
- Molto male,- interruppe ridendo l'omone - gli investimenti devono essere fatti oculatamente. -
Poi rivolgendosi a me, mentre continuava a masticare un grissino, domandò.
- Veniamo al punto, quali garanzie può darmi signore? -
- Tutte e nessuna, signore! -
- Bene, - rispose quello addentando un altro grissino - ho capito. A me basta che i suoi assegni siano girati da Mauro. Ha sempre pagato puntualmente e quindi pagherà ancora. Tuttavia, per questa mancanza di garanzie che lei non vuole fornirmi, il tasso d'interesse sarà leggermente superiore al solito. -
Squadrai l'uomo mentre il cameriere arrivava con gli spaghetti fumanti e quando costui si fu allontanato chiesi.
- In pratica, restituendo il denaro in sei rate trimestrali, quale sarebbe l'importo? -
Con la bocca piena di spaghetti il tipo grasso dichiarò.
- Venti per sei! -
- Centoventi milioni! - esplosi con un brontolio nella voce che camuffai impaurita - alla faccia degli interessi! -
Di colpo l'uomo smise di masticare spaghetti e disse duro e con voce tagliente.
- Senta, amico bello le sto facendo un grossissimo favore! Il mio tempo è prezioso e più prezioso ancora è il mio denaro. Prendere o lasciare, decida immediatamente! -
Capii che il gioco si stava facendo pesante ma decisi subito che ormai non potevo più tirarmi indietro e che per il maledetto bisogno di soldi, in quel momento stavo scommettendo sulla mia vita.
Colui che in precedenza mi aveva fatto anche grossi prestiti con interessi del trentacinque per cento, non era che un dilettante rispetto a quel uomo disgustoso.
Presi dalla tasca posteriore dei pantaloni il libretto degli assegni e scrissi date e cifre richieste, poi chiesi.
- A chi devo intestare? -
- Naturalmente non a me, - fece l'altro ridendo - ci mancherebbe altro l'intesti al suo amico Mauro! -
Mauro mi guardò con aria interrogativa negli occhi e quando vide un mio segno di assenso, firmò le girate mentre di colpo sentii il mio stomaco chiudersi in una morsa lancinante.
Quello intascò i sei foglietti ed a sua volta firmò un assegno di quaranta milioni, quindi tutti e tre finimmo il pranzo in silenzio.
Alla frutta ebbi una crisi improvvisa e mi rivolsi al ciccione.
- Senta signore, ho riflettuto bene ecco il suo assegno e la prego di restituirmi i miei. -
In un attimo gli occhi dello strozzino si iniettarono di sangue, quindi a bassa voce sospirò.
- Bello mio, quello che è fatto è fatto! Gli affari sono affari e Lei o Mauro pagherete alle scadenze altrimenti saranno guai grossi. -
Che avessi a che fare con un perfetto delinquente non l'avevo capito e quando realizzai in che guaio mi fossi volontariamente cacciato ebbi un fremito di rabbia impotente.
- Io la mando in galera pezzo di farabutto, - urlai attraverso il tavolo.
- In galera ci andrai tu, - sorrise quello - sei un piccolo stronzetto e di te ne farò quello che vorrò. -
Immediatamente si alzò dal tavolo e rivolgendosi a Mauro affermò.
- Glielo dica Lei, amico, che non ci sono vie di scampo. Vi ringrazio per il pranzo e sotto a lavorare per onorare gli impegni! -
Cosi detto si allontanò a passo veloce, del tutto contrastante con la sua mole, verso l'uscita dello stabilimento.


Mauro si era alzato di scatto per inseguire l'usuraio ma io l'afferrai per il polso trattenendolo .
Era pallidissimo e si lasciò andare sfinito sulla sedia prima occupata dal grassone.
Rimase qualche secondo in silenzio e poi disse .
-Senti Roberto, mi dispiace molto di tutta la faccenda e per prima cosa ti esonero dalla promessa che mi hai fatto riguardante il premio che mi volevi offrire..
Però, -brontolò mentre il viso gli era atteggiato a sincero scoramento -bisogna che tu paghi quei centoventi milioni nel periodo stabilito .Ciò è assolutamente necessario a scampo di guai talmente gravi che tu ora nemmeno immagini .
- Per fortuna, - riprese con voce più allegra, - penso che tu non sia proprio a zero. Se tu volessi denunciarlo per truffa o usura si vendicherebbe spietatamente. –
Ero rimasto impassibile ed avevo ascoltato con attenzione tutto ciò che Mauro mi stava dicendo.
Mi sentivo lucidissimo e calmo. L’ira, che solo poco prima, mi aveva fatto ribollire il sangue, era completamente scomparsa ed avevo la sensazione di trovarmi in un magico momento di benessere .
Per la prima volta, dopo anni, sentivo di dominare il mio cervello e non mi ritenevo per nulla vittima di una situazione occasionale sfortunata.
Tutto ciò che era accaduto era stato programmato da me anche se la conclusione era andata al di là delle mie previsioni .Ciò nonostante finalmente sapevo che potevo reagire con estremo equilibrio a fatti che in altri momenti mi avrebbero sicuramente prostrato e ridotto in uno stato di torpore psichico.
Anche le reazioni di Mauro, così preoccupate, mi facevano sorridere
Il gioco era valso la candela : attraverso il lercio strozzino avevo appena sfiorato un mondo di infamia che presto avrei conosciuto a fondo .Mi sentivo arricchito di una nuova esperienza e già provavo il gusto che avrei avuto quando mi sarei gettato a capofitto a scrivere .
Mauro si era accorto che io stavo inseguendo una serie di pensieri molto seri pure nell’apparente serenità dello sguardo .Rimase un pò in silenzio e poi esclamò.
- Che strano tipo sei Roberto !Sembra che la questione non ti riguardi affatto, tanto sei serafico!-
Avrei voluto spiegare qualcosa di ciò che mi era passato per la mente ma infine vi rinunciai e sorridendo all’amico dissi.
- Non darti pensiero .Ora mi farai conoscere altra gente di questo stampo perché voglio vedere le sfumature della loro attività e chi sono i loro più affezionati clienti .Questa volta però non mi accontenterò di alta finanza e pretendo di conoscere questi pidocchi nelle piccole cose di ogni giorno. So bene che mi puoi dare una mano in questa mia indagine e che lo farai volentieri. -
Mauro scoppiò in una sonora risata.
- Allora, - proruppe - il costo dell’operazione l’avevi preventivato bene. Se vuoi così,per me è tutto ok nella speranza che da tutto ciò ne uscirà un capolavoro che ti ripaghi ampiamente .-
- Ti porterò, - affermò alzandosi dalla sedia –tra gente insospettabile che fa questo mestiere e tra persone che hanno fame di soldi e vedrai cose incredibili. Conoscerai il lato più disgustoso del problema, quello che infierisce sulla povera gente –
Anch’io fui subito in piedi e ci salutammo dandoci appuntamento per la sera successiva a Porta Pia .


Durante la notte, che precedette il secondo appuntamento con Mauro non riuscii a riposare.
Mi ero messo a letto verso mezzanotte ma già all’una ero di nuovo in piedi in cucina a farmi un caffè .Non mi sentivo assolutamente infelice, anzi capivo di essere in perfetta forma fisica.
Era come se fossi tornato da una lunga vacanza: nessun dolore mi infastidiva e mi sentivo pieno di energia .
L’ideazione era talmente vivace e la mente così tranquilla che provai a scrivere.
In breve buttai giù un intero capitolo del mio nuovo romanzo e quando verso le cinque posai la penna, non avvertii né stanchezza né sonno.
Ero contento di me stesso. L’incontro che avevo avuto a Fregene mi era stato utilissimo e salutare. Mi sembrava di essere uscito da un incubo trascinato da troppo tempo, quasi un eternità.
C’era il problema dei soldi ma questo non mi turbava molto. In banca avevo esattamente settecentomila lire e quindi, solo scrivendo qualcosa di grande, avrei potuto far fronte agli impegni con lo strozzino.
Pensai che se nei seguenti mesi avessi scritto il romanzo, che ormai mi bruciava dentro, l’Editore mi avrebbe dato un congruo anticipo e probabilmente l’utile netto di quella avventura sarebbe stato tale da rimpinguare le mie finanze disastrate.
Ma ciò che più apprezzavo era che mi sentivo rinato. Una gran voglia di fare e di vivere era di nuovo dentro di me come ai bei tempi e sentivo lontane un miglio tutte le congetture riguardanti la presunta iella che mi aveva posseduto.
Il pensiero volò a Stefania ed a Lucia.
Non mi avrebbero davvero più riconosciuto quando sarei tornato da loro non più posseduto da quella maledetta larva che mi aveva trapanato il cervello fino a poche ore prima.
Mauro era un amico, a lui avrei pensato in un secondo tempo. Sarei stato generoso nei suoi riguardi, più di quanto egli stesso potesse immaginare.
Alle cinque e mezzo mi addormentai tranquillo e dormii riposando fino alle dieci del mattino.
Verso le undici ricominciai a scrivere senza concedermi un attimo di sosta e non smisi che alle tre del pomeriggio quando i morsi della fame mi fecero ricordare che non avevo pranzato.
Guardai fuori dalla finestra. La trattoria sotto casa era aperta ed in cinque minuti mi trovai lì dentro per saziare quella fame da lupo cui non ero più abituato.
Parlai a lungo con il proprietario e mi interessai di tutte le banalità che quello mi raccontò.
Dopo meno di un ora tornai a casa e dormii fino alle sette di sera. Mauro mi stava aspettando alle otto.


Mauro vide attraverso la vetrata del Bar, la mia macchina fermarsi accanto all’edicola dei giornali aldilà delle strisce pedonali.
Trangugiò di un fiato l’aperitivo ghiacciato che il barista gli aveva appena versato ed in un attimo fu seduto al mio fianco dentro la vettura
- Perché vorresti portarmi a TORDIVALLE? – domandai curioso.
- Non esiste un motivo preciso, - rispose accendendosi una sigaretta, - ma lì ho molti amici e conoscenti e c’è gente che gioca rischiando due volte. –
- Ah sì, - esclamai ancora più incuriosito.
- Alcuni giocatori - fece Mauro aspirando profondamente una boccata di fumo - esauriscono dopo un paio di corse il denaro ed allora chiedono soldi a certi tipacci, che frequentano l’ippodromo solo per fare affari e senza giocare un soldo.
- Sperando di vincere e di rifarsi del denaro perduto quei pazzi hanno l’utopia di saldare immediatamente l’usuraio di turno.
- Questi, per ogni milione che prestano, vogliono un interesse di cinquecentomila lire da pagarsi in ventiquattro ore, - dichiarò con l’aria di saperla lunga.
Rimasi perplesso con le mani appoggiate al volante ma senza mettere in moto la macchina. Pensai per qualche secondo poi dissi.
- Non mi sembra che questi giocatori siano interessanti. In fondo si tratta di gente che ama il rischio grosso e non certo di persona che hanno effettivamente bisogno di soldi. –
Rimasi ancora fermo meditabondo, quindi rivolgendovi nuovamente a Mauro suggerii .
- Ho un’altra idea. Questa volta ritengo che imparerai qualcosa proprio tu l’esperto, perché probabilmente non ti sei mai rivolto ad amici nel momento del bisogno. Andiamo a vedere cosa succede in questi casi.
- Ho uno pseudo amico, - continuai avviando il motore, - che è un grosso industriale nel ramo tipografico ed anche un finanziere coi fiocchi. Ti presenterò a lui, che mi vede sempre volentieri quando lo vado a trovare a casa sua, appena fuori Roma, quasi sempre senza avvisarlo e gli dirò che tu hai bisogno di un prestito per fare fronte ad urgenti pagamenti con fornitori nel ramo preziosi.
Mauro annui e venti minuti dopo ci fermammo davanti alla villa, una delle più grandi e belle della Cassia.
- Mio caro Roberto – esordì l’uomo di mezza età elegantemente vestito non appena gli fummo davanti – quanto piacere mi fa rivederti così all’improvviso dopo mesi, non puoi proprio immaginare! E sempre una bella sorpresa ed anzi dirò subito a Mafalda che rimarrete a cena da noi
Così dicendo fece cenno a me ed a Mauro, che avevo presentato come mio secondo cugino, di sedersi su uno degli ampi divani che arricchivano, con gusto ricercato, l’enorme salone della villa.
Egli stesso si accomodò su una bellissima poltrona di raso verde dopo essersi allontanato per un paio di minuti per mettere al corrente la moglie e la servitù degli ospiti inattesi.
Sorrise compiaciuto mostrando una faccia larga e franca e due occhi azzurro cobalto che erano quanto di più ognuno gli invidiava dopo la sua ricchezza.
Mi misi a chiacchierare fittamente di politica, uno degli argomenti che più interessavano il biondo Riccardo.
Quando arrivò Mafalda, Mauro si meravigliò di vedere comparire una donna grassa e piccola ma tutto pepe e simpatia.
Cenammo, serviti da una graziosa cameriera alta e slanciata e solo dopo cena quando Riccardo ci invitò a bere un cognac nella sala dei biliardi, unica grande passione del padrone di casa, affrontai l’argomento per cui ci eravamo recati da lui, sapendo che nel periodo dei Ferragosto non si muoveva mai da Roma.
- Non te l’ ho detto prima, iniziai con il viso serio guardando negli occhi Riccardo perché era presente Mafalda ma ora che siamo soli ti devo confessare il motivo della mia visita. -
- C’è un motivo specifico? - domandò sorpreso Riccardo fissandomi a sua volta mentre mi ero appoggiato sul lato del biliardo centrale.
- Questo mio carissimo cugino, -continuai indicando Mauro-, è come ti ho detto prima un importante commerciante di preziosi e siamo come due fratelli –
- Ti dico, proseguii con enfasi – che di lui ti puoi fidare ciecamente – Ha bisogno di essere aiutato urgentemente, per il pagamento di alcuni fornitori di pietre che non è riuscito ancora a piazzare dato il periodo estivo. -
Osservai la reazione di Riccardo alle mie parole e vidi l’ospite sbiancarsi in volto.
Egli sorseggiò il cognac che aveva appena assaggiato e riprendendo l’argomento senza ulteriori preamboli, dissi
- Puoi prestargli duecento milioni ?-Se non ti fidi garantisco io per lui. –
Non trascorse nemmeno un minuto secondo che Riccardo esclamò.
- Ma dove vuoi che li trovi duecento milioni !-
Rise di gusto.
- Non mi dire che con tutti i tuoi miliardi non puoi disporre di quella somma.-
- Dovrei vendere, - dichiarò con stizza Riccardo – dei titoli molto redditizi. -
- Per gli interessi non ti preoccupare, - risposi – avrai gli stessi milioni che quelli ti fruttano anzi un punto percentuale in più. - Riccardo era di colpo divenuto nervoso, Il bicchiere di cognac che si era portato alle labbra gli sfuggì di mano e cadde sul tappeto persiano steso sotto i suoi piedi.
- Sei un amico del cavolo! - esclamò nel panico più completo.
Poi riacquistando una parvenza di calma riprese.
- Conosci il proverbio?Se presti denaro, perdi i soldi e l’amico! -
Rise per la battuta ma subito dopo ridiventò serio e disse. - L’unica possibilità di darvi quei soldi sta in questa proposta.
- Tu mi hai detto a cena che stai scrivendo un altro romanzo: andiamo domani da un notaio e dichiara di cedermi il trentacinque per cento dei diritti d’autore, sia dei tuoi romanzi precedenti che del nuovo, a partire dal primo ottobre. Considerando quanto ti hanno reso in passato pensò che farò un ottimo affare. -
Era di colpo venuto fuori il finanziere e l’industriale, l’uomo che aveva accumulato una fortuna in poco più di dieci anni.
Allungai la mano verso Riccardo che mi porse la sua e ci accomiatammo mentre Mauro se la rideva sotto i baffi.
All’ultimo dissi - Grazie di tutto Riccardo, come non detto e salutami tanto tua moglie. -



Capitolo Quinto



Gli occhi scuri nel viso scarno,macchiato dal cloasma gravidico, divennero prima supplichevoli poi duri.
- Mi dia almeno un milione, - disse con voce rotta da un pianto che stentava a trattenere.
L’impiegato, al di là del vetro osservò il braccialetto d’oro sulla bilancia di precisione, poi imperturbabile affermò.
- Quattrocentomila meno i diritti di custodia. –
La donna si toccò il ventre gonfio, prominente con una smorfia di dolore ed ebbe solo la forza di mormorare nel tentativo di commuoverlo. -
- Soltanto?…. Mio marito l’ha pagato tre anni fa due milioni: è un suo regalo. -
L’uomo posò lo sguardo seccato sulle mani ossute di quella quindi sibillino scandì.
- E’ solo un prestito, cara signora, il Monte dei Pegni le fa solo un prestito, - aggiunse ancora – così le sarà molto più facile riscattare la polizza fra sei mesi. -
Stavo guardando la scena, da un paio di metri di distanza, nell’atrio dell‘agenzia della Cassa di Risparmio dove Mauro mi aveva portato più volte per farmi conoscere l’attività dei compratori di polizze che bazzicavano il “Monte”.
A questi si rivolgevano coloro che non potevano riscattare gli oggetti preziosi impegnati; con aria di sufficienza costoro esaminavano le polizze e con qualche biglietto da diecimila le acquistavano.
Anelli, bracciali, catenine ed altre cose d’oro passavano così nelle loro mani e poi in quelle di negozianti che ne ricavavano un utile superiore al trecento per cento.
Più miserabile diventava la gente bisognosa, spogliata di cose che talvolta avevano un grande valore affettivo, più ricchi si facevano gli “strozzini” ed i loro amici commercianti.
Un paio di volte, col sangue che mi ribolliva, avevo dato un po’ di denaro a qualche vecchietta per farla ritornare in possesso almeno della fede del marito morto.
Mauro mi osservava con curiosità ed aveva capito che non riuscivo più a reggere di fronte a questi episodi infami.
Un giorno mi si rivolse esclamando.
- Allora non sai cosa sono gli zingari! -
- Gli zingari? Domandai allibito. -
- Si, proprio loro… mantengono in piedi una perfetta organizzazione direi quasi allucinante. -
- Pensa, - raccontò con la sua solita espressione serafica- che una volta mi sono rivolto a loro perché mi trovavo con l’acqua alla gola; dovevo versare immediatamente dieci milioni. -
Ero diventato tutto orecchie mentre l’amico continuava a raccontare senza mettere nella voce particolari vibrazioni.
Andai in una zona della Prenestina, che mi era stata detta, e li trovai che mi sembravano la quinta essenza della miseria. Il luogo era in aperta campagna e la sporcizia regnava sovrana. L’unica nota contrastante erano diverse Mercedes vicine a delle roulottes in pessime condizioni. Ebbi il coraggio di scendere dalla mia auto e di avvicinarmi a quello che sembrava essere il capo. -
- Per farla breve, - esclamò – mi fecero attendere un’oretta mentre esaminavano con cura i miei documenti. Poi mi diedero i dieci milioni in contanti e mi dissero di restituirli entro due settimane con altri dieci milioni d’interessi. Aggiunsero che non occorreva che firmassi niente perché era in gioco la mia pelle. -
Fu a quel punto che mi rivolsi a Mauro preso da profondo disgusto.
- Facciamo così, ho bisogno di raccogliere le mie idee per un certo tempo. Quando lo riterrò opportuno, ti telefonerò io per dirti come e se svilupperemo il da farsi. –

Fu Claudia che mi distolse dalle meditazioni e dalle riflessioni che nell’ultimo mese mi avevano permesso di scrivere ben cinque capitoli, frutto dell’abbondante materiale di cui ero venuto a conoscenza tramite Mauro.
Lei aveva solo ventidue anni e sapeva portare in giro la propria bellezza con disinvoltura e naturalezza come un garofano rosa che rinascesse ogni giorno.
Mi era piombata in casa, di primo mattino, senza avvisarmi e con tutta la carica ottimistica della sua età.
- Che fai in questa confusione Robertino?!? – aveva esclamato sorridendo con aria sbarazzina, non appena ebbe osservato le poltrone del salotto dove erano accumulati libri e fogli di carta in grande disordine.
- Il topolino di casa, - replicai – contento di vedermela intorno ed abbracciandola con affetto.
Ogni volta che Claudia veniva a trovarmi sorprendendomi sempre in quella mia vita solitaria come una ventata di Primavera, vivevo momenti di gioia adolescenziale.
Le avevo sempre permesso di chiamarmi in quella maniera ridicola, usando il diminutivo, perché era l’unica persona al Mondo che mi gratificava con la sua spensierata vitalità.
- Che hai fatto ai capelli birbante di una moraccia? – chiesi incuriosito vedendola senza più quella chioma che fino a tre mesi prima le cadeva dietro la nuca fino a metà schiena.
- Li ho tagliati corti, Robertino, - rise divertita – e guarda ora il mio profilo: non ti sembra divino? -
Il nasino dritto e la bocca dalle labbra carnose donavano delicatezza a quel viso di bambina cresciuta in fretta.
Claudia era la mia nipote acquisita prediletta. Era in realtà una seconda nipote perché figlia unica di una matura cugina di nome Mariella, vedova impenitente.
Quando al matrimonio con Lucia aveva preteso il bouchet bianco si era indispettita con la novella sposa perché non era riuscita a prenderlo al volo malgrado io avessi detto a Lucia di non lanciarlo tra gli invitati ma di donarglielo.
Da quel giorno aveva sempre ignorato Lucia ed ogni volta che veniva a casa nostra riusciva impietosamente ad ingelosirla, mostrandosi tutta zucchero e miele con me.
Mi si sedeva sulle ginocchia, mi baciava e mi abbracciava con tenerezza infischiandosene degli sguardi di fuoco che mia moglie gli indirizzava.
Tutto ciò mi divertiva ma dopo che ero rimasto solo, avevo capito che Claudia provava veramente qualcosa di importante nei miei riguardi.
I suoi atteggiamenti non erano assolutamente cambiati anzi erano audaci.
Qualche volta mi era capitato di osservarla da un angolo diverso.
Lei sapeva provocarmi usando l’arma della seduzione come se fosse naturale farsi una doccia con la porta del bagno aperta o rimanere in mutandine e reggiseno a spicciarmi casa.
Un giorno Claudia guardandomi dritto negli occhi, con una strana espressione di sfida, mi aveva chiesto – Che ne dici Robertino? Ho un bel corpicino oppure mi trovi qualche difetto? –
Senza levarmi gli occhi d’addosso si era tolta il piccolo slip e con un veloce tocco dietro la schiena era rimasta completamente nuda davanti a me.
- Dimmi, - aveva continuato senza arrossire – potrei essere la protagonista femminile di un tuo romanzo? -
Quella volta mi ero proprio arrabbiato e dopo averle imposto di vestirsi immediatamente le avevo detto.
- Claudia, non approfittare del bene che ti voglio, sei assolutamente insolente. Io adesso ho ben altri problemi che le tue esibizioni di ninfa sfacciatella. -
- Smettila! – avevo proseguito con malcelata durezza – e se avverti particolari pruriti cercati qualche altro uomo. -
Era stato allora che Claudia era scoppiata in un pianto dirotto. Singhiozzava mentre il bel viso si era tutto bagnato di lacrime e solo quando le ebbi accarezzato i capelli, era riuscita a parlare balbettando.
- Ti amo Robertino, e te ne accorgerai perché ti rimarrò sempre vicina, anche se mi caccerai via. Nessun altro uomo potrà mai interessarmi, io voglio solamente te. -


I freschi baci di Claudia furono la più salutare medicina che potessi prendermi .Ognuno di quelli mi procurava una iniezione di fiducia e questa persisteva ancorata alla sua presenza.
Lei si comportava come una tenera amante anche se, malgrado le sue disinibizioni totali, aveva deciso di non offrirsi al mio letto. Né io ero intenzionato a saltare quel fosso .
Mi andava bene così, la casa sempre in ordine e la giovane nipote che mi colmava di pensieri gentili e di un amore così trascendentalmente romantico e nello stesso tempo tanto pulito.
Qualche tempo dopo, Claudia si diresse speditamente verso lo studio biblioteca e posò lo sguardo sul manoscritto. Non fece in tempo a leggere una sola riga che l’acciuffai prendendola per la vita sottile. – Curiosona, lo sai che non voglio occhi indiscreti su ciò che scrivo! –
-Volevo solo leggere il titolo, - mi rispose senza insistere con lo sguardo sul tavolo, – ma penso che ancora non l’hai in mente e forse, conoscendoti bene, non hai nemmeno risolto la trama tanto sei abituato a scrivere di getto. –
Annuii e dopo aver abbandonato la stretta accesi una sigaretta mentre lei si lasciò cadere pigramente sulla poltrona.
Tra le non poche prerogative di Claudia c’era una non comune perspicacia frutto della sua viva intelligenza. Era piacevolissimo parlarle e discutere con lei, così avevo sentito il bisogno di spiegarle dettagliatamente ciò che mi era capitato ormai da anni e poi tutto da quando avevo incontrato Mauro tornando da Ansedonia e delle mie estreme difficoltà economiche.
Claudia sapeva per filo e per segno della grave situazione che mi attanagliava e della mia fallimentare crisi economica ma fedele al ruolo che si era assunta di devota ancella non aveva voluto commentare il mio strano comportamento consequenziale al pensiero di essere posseduto da un maleficio
Passò un po’ di tempo poi lei esclamò facendomi il verso, in me abituale, di aggrottare la fronte .-Hai pensato cosa succederebbe se il tuo Editore ti silurasse il romanzo?-
- Probabilmente, - questa volta sorrise, - è proprio quello che vuoi, diventare un miserabile ed andare a vivere in una soffitta con i sorci. Solo allora sarai felice nel vedere realizzata la maledizione che ti sei costruita da solo. -
Ebbi brevemente la sensazione che mi franasse il pavimento sotto i piedi, ma l’euforia di quei giorni prese subito il sopravvento.
- Claudia io devo sentirmi vivo, questo lo capisci è vero?Se ciò comporta la miseria l’accetto volentieri anche se a farne le spese saranno poi Lucia e Stefania.-
Claudia mi fissò incuriosita e rimase zitta.
- Non ho avuto alternative, – bisbigliai vergognandomi – o il suicidio o questa avventura assurda. -
Per Claudia il solo pensiero che avessi potuto uccidermi rappresentava la cosa più disgustosa che potesse immaginare.
Turbata e avvilita si alzò in piedi di scatto e prendendomi il viso tra le mani, urlò.
- Ora basta Robertino!Da oggi non ti lascerò più!Verrò a vivere qui con te e ti farò odiare. il solo pensiero che hai avuto che per nessuna cosa al mondo vale la pena di farla finita.-
- Per una volta decido io, - aveva detto piangendo, – Lucia e Stefania mi perdonerebbero se immaginassero a che punto sei arrivato vivendo solo come un cane, anche se tutto ciò è colpa tua.-
Claudia non riusciva più a frenare i singhiozzi che le scuotevano il petto ed in piedi, io di fronte, ci guardammo negli occhi stringendoci le mani.
Quando la giovane ebbe la certezza che avevo accettato il suo appello. Cominciò a ridere prima con lo sguardo e poi con la voce ed infine dichiarò.
- Quando tutto finirà nel bene io me ne andrò,se lo vorrai, senza recriminare. -


Il mio romanzo acquistava, giorno dopo giorno, vigore accanto alla linfa vitale della giovane musa e quando ebbi finito l’ottavo capitolo Claudia mi disse.
- A questo punto penso che tre quarti dei tuoi debiti siano già pagati. –
- Sì è vero,-accondiscesi – sento che sono sulla strada giusta e mi sento orgoglioso di me. -
Rimasi qualche secondo in silenzio e poi domandai.
- Claudia che mi hai fatto? Non sento più nessuna vergogna di vivere giorno e notte con te ed anzi non riesco ad immaginarmi più senza la tua presenza, -
Il sorriso di lei fu la sola risposta, poco dopo aggiunsi.
- Ha telefonato Mauro? –
- Tre volte tra ieri ed oggi, - sentenziò pettinandosi i corti capelli neri.
- Bene, se telefonasse ancora, digli che lo cercherò io ma per il momento stia tranquillo che non ho bisogno di lui. -
- Lo credo, -squittì Claudia –cosa ti potrebbe dare Mauro di più di quanto ti sto dando io?-
La domanda era retorica, ironica ma la sua voce supplichevole.
- Proprio niente, - risposi osservandola consapevole della verità di quelle parole, – ma se rimanessi a corto di argomenti come me la caverò? -
- Ci penserò io, - sussurrò posandomi le belle labbra sulla punta del naso, - e vedrai quanto ancora avrai da scrivere. -


E fu proprio in quel momento così importante nella stesura del mio romanzo che precipitai, senza quasi accorgermene, in un astrusa e confusionaria ideazione condita da una volgarità espressiva quasi odiassi ogni cosa.
Da un lato mi sentivo cinicamente freddo e sordo a qualsiasi appello del buon senso, dall’altro la mia coscienza diveniva abulica e crudelmente cattiva .
L’idea di disilludere Claudia mi trascinava ad odiare me stesso, incapace di sviluppare nobili sentimenti in una storia credibile senza il furore di scrivere a qualsiasi costo e così una profonda apatia per la stessa vita stava ricrescendo in me.
Tanto per Claudia la vita era semplice e pulita tanto e più io con testardaggine proseguivo scrivendo infangando ogni argomento e personaggio cui mi accostavo, quasi ciò fosse diventato l’elemento essenziale del racconto
Inoltre mi spaventava il mostro deforme insinuatosi nella mia mente e nelle mie frasi in contrasto con l’essenza morale che mi aveva spinto a scrivere.
Cercavo di non perdere la traccia che mi aveva spinto a scrivere, continuavo ad essere incantato da Claudia per l’ottimismo e la fiducia nella vita che traspariva da ogni suo gesto o parola.
Sentivo di amare solo la gente dalla dignità gravemente offesa, dalle speranze inevitabilmente deluse, rinate all’alba di ogni giorno e morte soffocate al tramonto . Avevo analizzato per più di metà del romanzo promesse e pentimenti di ogni giorno intrecciati alle cose volute e non fatte, ai gesti non visti ed alle parole non dette in un concerto di costante dolorosa lotta per l’orgoglio ferito ed offeso e subito dopo rinnegato per sopravivere.
Ed infine ora cosa stavo scrivendo?
Più che un continuo ed insistente atteggiamento di ira incontrollata, era divenuto quasi un cerimoniale l’astio ed il disprezzo cui non potevo sottrarmi.


Ben presto arrivò la conferma di quanto già avevo sospettato quando rilessi ciò che avevo buttato giù negli ultimi giorni.
Spesso mi chiedevo chi fosse in realtà l’autore di quelle pagine e se il seme della pazzia si fosse insinuato nel mio cervello, subdolamente con lentezza ma anche con profonde radici.
Ero disilluso dalla vita e mi ero privato volontariamente dell’affetto di mia moglie e di mia figlia .Claudia non avrebbe mai potuto sostituire la mia famiglia e per quanto avessi cercato di dimenticare tutto,mi accorgevo che ciò era assolutamente impossibile. Il mio orgoglio maledetto mi aveva privato del calore più indispensabile e delle presenze più sacre.
Una metamorfosi irrazionale e strana, nel modo di pensare e di scrivere, era venuta a galla dal mio inconscio, così perentoriamente, da farmi scivolare sempre più in basso a livello di tutto quel fango che descrivevo.
Non più ambizione di elevarmi, di nobilitare l’arte dello scrivere ma un perturbamento profondo delle mie regole morali mi avvinghiava, come sabbia mobile, in un letto che aveva tutte le caratteristiche di un letamaio.
Il testo, ora, era divenuto nauseante ed i particolari descritti valevano soltanto per le tinte fosche e spesso in una matassa arruffata di cose che non avevano assolutamente nulla di quanto invece mi ero prefisso di dire.
L’intenzione, che mi aveva galvanizzato al momento in cui avevo iniziato il romanzo, di contrapporre la dignità e la fierezza della povertà allo strapotere miserabile del mondo corrotto dal denaro, era naufragata nelle mie ultime pagine.
Così in una notte buia e fredda come buia e fredda avvertivo la mia coscienza, mentre Claudia era dovuta correre da più di una settimana dalla madre gravemente ammalata, nello sconforto e nella rabbia accumulata negli ultimi giorni, disilluso ma freddamente determinato accesi il caminetto e feci un falò di tutto il mio manoscritto.
Guardai la cenere di quella carta bruciata e cominciai a ridere nervosamente non appena mi resi conto che così avevo escluso anche la possibilità di pagare il debito con l’usuraio di Fregene.
Lucido osservai le lancette dell’orologio che avevo al polso: segnavano la mezzanotte e venti minuti. Pensai che non sarei rimasto un attimo di più in quella casa ed uscii mentre un violento mal di testa mi stava crudelmente prostrando.







Capitolo Sesto



Il buio della notte dominava su tutto, né la luce degli alti lampioni riusciva a spezzare le ombre insinuate tra gli alberi e l’asfalto e tra questo e le case, per quella nebbiolina che salendo dal Tevere occupava ogni spazio .
Mi girai a guardare il portone di casa ma già quei pochi metri percorsi erano stati sufficienti ad allontanarlo alla mia vista come se fosse stato inghiottito dal nulla.
Cupi pensieri mi giravano vorticosamente nel cervello ma uno solo cominciò a martellarmi con sordi rintocchi:il dilemma se uccidermi o continuare a vivere come un vegetale.
Suicidarmi rappresentava il logico corollario alla mia vita, il razionale finale di una esistenza che di colpo era mutata imboccando una ripida discesa, in conclusione una fine morale.
Un modo chiaro di ribellarmi, gridando a tutti la mia violenta volontà di non volere sottostare all’ ingiusta legge del destino che mi aveva, scelto, a caso tra milioni, negandomi il gusto delle piccole e semplici cose.
Non una maniera dunque inutile di scomparire per sempre ma l’ultima possibilità di esprimermi senza falsità e liberamente come un uomo qualunque del tutto simile a quella gente che in quel preciso momento dormiva tranquilla in ogni casa della città.
Camminando a passo svelto, con gli occhi fissi sulla strada, senza che nessuna altra idea facesse capolino tra un turbinio di sensazioni amare, vagai per ore attraverso vie e piazze deserte.
Opprimente sentivo ingigantirsi un livore sordo verso me stesso nella certezza di aver fallito ogni obbiettivo degno di un uomo e non già soltanto per quel ultimo manoscritto finito in cenere ma piuttosto per non aver saputo creare nessun rapporto, degno di questo nome, con i miei simili.
Almeno avessi lasciato un sol ricordo di gratitudine!
Forse amore ed odio sarebbe rimasto in qualcuno ma certamente nessuna riconoscenza, perché mai avevo saputo fare veramente del Bene,
Mi fermai un attimo presso una bottega di antiquariato dalle parti di Piazza di Spagna e vidi attraverso la vetrina nella mostra, come un’allucinazione, il nostro ultimo tappeto di valore venduto a quel levantino.
Mi strofinai le palpebre più volte credendo di aver visto male e subito dopo mi accorsi di essere perfettamente sveglio e fisicamente in discreta forma.
Sentivo le gambe ancora elastiche e di piedi tonificati nelle scarpe di mocassino. Meravigliandomi riuscii anche, con fredda lucidità, ad immaginare chi avrebbe pianto al mio funerale.
Certo mia moglie e Stefania e forse, anzi probabilmente, Claudia qualche lacrima l’avrebbero versata ma nessuno si sarebbe disperato anche se forse qualcuno mi avrebbe compianto.
Frettolosamente con impazienza ripresi a camminare mentre viso e mani divenivano sempre più gelidi.


Le luci degli alti lampioni di Piazza del Popolo facevano gialle le falde del Pincio ed un gruppo di giovani, presso l’Obelisco, vociava ridendo tra le maximoto, con i motori accesi, piazzate intorno a semicerchio.
Avevano tutti l’aria spavalda di chi non ha problemi da risolvere e deve solo perdere del tempo per giungere più o meno spossato all’alba, tanto da poter giustificare l’esigenza di un letto pronto a concedere un riposo non certo guadagnato.
Sbirciai la scena e non mi accorsi di essermi appoggiato ad un auto parcheggiata a dieci metri dall’unico Bar ancora aperto sulla sinistra della piazza.
Lei aprì lo sportello e - fissandomi sorpresa, dopo aver estratto le lunghe gambe dall’ abitacolo con un breve movimento rotatorio del corpo snello, disse.
- Puoi sederti qui se sei stanco! -
Così accennò al sedile accanto a quello di guida e senza sorridere proseguì. – Che fai a quest’ora di notte, tu Roberto Brezzi scrittore famoso,in questa piazza ricettacolo di chi non sa come passare le notti o peggio, non ha niente da fare di giorno?
Fissai lo sguardo sul viso pallido ed ovale di quella donna dai capelli neri, ricci ed arruffati e mi ricordai di quelli occhi dall’espressione perennemente triste.
- Vedi me, - incalzò con voce accattivante – sto qui con il rischio di essere presa per una puttana ed invece cerco solo di attaccarmi alla vita e di ritardare il rientro a casa per poter almeno dormire un paio d’ore.
Non c’era la minima incertezza nella voce di Sonia quando fu in piedi davanti a me alta ed esile, stretta in un grigio tailleur.
- Mi riconosci è vero, Roberto ? – chiese quasi con rabbia di apparire così diversa da come certamente immaginava l’avessi tenuta nella memoria. Poi dolcemente appoggiò le mani sulla mia spalla. Sonia, l’amica più cara del periodo dorato dell’adolescenza mi era apparsa come un fantasma stanco, certamente in balia di gravi problemi, nel momento più dissennato della mia vita.
Scrutai il volto della mia amica ma non riuscii a parlare. Il non senso di quanto stava accadendo acquistava nella mia immaginazione il significato di un risveglio improvviso per un problema esistenziale diverso e parallelo.
Feci uno sforzo e schiusi le labbra per dire qualcosa ; un grande imbarazzo mi tormentava.
- Cara Sonia, non posso credere…, tu qui …? -
Avvicinai il viso al suo volto per guardarla meglio e per scrutarle lo sguardo.
In quella notte senza stelle mi parve di vederla smarrita ed indifesa, poi accennai ad un sorriso ed avvicinai le mie fredde labbra alla sua fronte cercando di nascondere le lacrime, che rapidamente mi avevano riempito gli occhi, appoggiando le palpebre tra i suoi capelli.
Sonia mi strinse le mani con forza ed io sentii che aveva capito che ero ancora il suo amico.
- Cosa posso fare per te? - riuscii a dire soltanto mentre mi staccavo dal suo viso, guardandola ora lungamente negli occhi che non avevano più quel velo di malinconia di prima.
Sembrò che riflettesse brevemente quindi sospirò - sarebbe troppo facile risponderti di non aver bisogno di niente ma la realtà è ben diversa. Ho tanto bisogno di aiuto ma credo che nessuno al mondo potrà mai evitarmi questa dannata solitudine. -
Aggiunse pensosa, - sai, la speranza è dura a morire ma quando si è soli come me, non può nemmeno far capolino. –

Come un naufrago, in procinto di smettere di lottare per la propria sopravvivenza. Sonia cercò in me disperatamente una promessa e con dolcezza baciò le mie mani.

All’orizzonte l’alba cominciava a serpeggiare fra grigie e fredde nubi dall’aspetto stanco e silenzioso, quasi volessero sparire nella luce sorgente, quando Sonia fermò la vettura accanto alla casa ad una trentina di chilometri dal centro della città.
La minuscola villetta, ben oltre la periferia Nord-Est nei pressi del piccolo aeroporto turistico, non era del tutto isolata perché altre case simili a quella punteggiavano la collina fra tratti rocciosi e cespugli.
Sonia apri l’uscio della cucina- tinello ed accese un lampadario di ferro battuto.
Mi sedetti su una sedia di legno massiccio ai lati del grande e pesante tavolo di olmo e Sonia scrutò con aria interrogativa il pallore del mio viso.
- E’ stata una grande fortuna incontrarti, - dissi sentendomi osservato – una grande fortuna per me .-
Appoggiai il mento sulle mani ed iniziai a raccontare senza interrompermi un attimo, avendo netta la sensazione di liberarmi man mano di uno spaventoso peso che mi opprimeva la schiena .
Silenziosamente Sonia ascoltava né mi disturbava il suo armeggiare ai fornelli intenta a preparare latte e caffè e qualche fetta di pane tostato nel forno a gas.
Lentamente mi sentii a mio agio, ma solo quando lei si fu seduta avvertii una benefica tranquillità spirituale.
All’improvviso esclamai, come se riflettessi ad alta voce.
- Sono il solito egocentrico; ti sto versando addosso un fiume di parole ed ancora non ti ho dato la possibilità di raccontarmi i tuoi problemi. -
Sonia scrollò il capo dicendo, - quando saprai ogni cosa di me non so proprio se considererai di buon auspicio il nostro incontro .Di nuovo si alzò per frugare in un cassetto tra bianche tovaglie e con cura posò aperto un piccolo albo di fotografie sul tavolo.Ne estrasse una a colori e me la mise davanti indicandomi un giovane biondo e due ragazzini con i pantaloncini corti.
Passò le dita sul viso dei tre e mormorò, - questa era la mia famiglia: mio marito ed i miei due figli. Sono tutti morti in un disastro aereo per venirmi a trovare a Natale di due anni fa quando il giornale mi designò quale inviata speciale nella ex Iugoslavia data la conoscenza delle lingue serbe e croate che mi deriva da mia madre.-
Poi, congestionandosi in viso per un respiro trattenuto per non urlare, esclamò.
- Ecco a cosa mi ha portato il rincorrere la carriera, la voglia di emergere, il sogno di diventare qualcuno! –
Abbassò appena il tono della voce e proseguì.
- Sono una donna finita, ho lasciato il posto al giornale e vivo, capisci, di rendita con i soldi che l’assicurazione ha pagato per i miei morti. -
Sonia era diventata all’improvviso pallidissima, barcollò per un attimo e temetti che cadessi svenuta sul pavimento.
Istintivamente mi alzai in piedi cercando di sorreggerla e me la ritrovai tra le braccia sfinita ma ancora cosciente . Le accarezzai il collo e la baciai con immensa tenerezza sulla bocca.


Tra le mie braccia Sonia era riuscita a dare quiete al suo pianto sommesso ed io, sollevandola, l’adagiai sul grande letto nella stanza accanto, coprendola con un soffice scialle di lana trovato ben piegato nell’armadio di fronte
Attesi che si addormentasse posandole la mano sulla fronte, come a volere impedire che ogni tristezza penetrasse nel suo sonno e mi sedetti sulla sponda del letto accanto a lei.
Mi ero sempre chiesto perché la morte di persone care potesse passare apparentemente indifferente oppure scavare un baratro così pieno di malinconico dolore, così colmo di pena da costringerti, per lungo tempo e in qualche caso per sempre, alla sofferenza.
C’era stato anche per me un momento simile alla morte di mio padre quando lo vidi disteso, con i lineamenti pietrificati ma sorridenti, nella sua nobile toga di magistrato immobile e fisso nella rigidità di una condizione senza ritorno, impossibilitato a dirmi più nulla, a darmi un consiglio, un rimprovero, un avvertimento. Mi ero inginocchiato al lato del letto ed avevo pregato con grande intensità, sincero come un bambino.
Papà caro esempio di dignità e pulizia morale, uomo senza macchia se non il peccato veniale nel giudicare, spesso duramente, spinto dal desiderio di giustizia e da quello di consigliare per il bene, quanto devo averti fatto soffrire! Ieri, trascorso insieme fino a sera, non esiste più e tu neppure e quando mi dicesti che stavo sbagliando tutto nella mia vita, ti ricordi mi ero seccato e ti avevo gratificato di un paterno egoismo. Eccomi ora qui, senza la possibilità di dirtelo con la mia voce, pentito per i dispiaceri che ho ingiustamente dato, pregare per la tua anima affinché Dio perdoni i tuoi peccati ed accolga te, tanto più meritevole di questo tuo figlio disperato, nel regno della luce.
Mi ero alzato aprendo gli occhi e guardandolo avevo ancora pregato con le preghiere della Chiesa per i morti.
Quanta gente era venuta ad onorare la sua Memoria! E tutti a stringermi la mano con quell’espressione di sincero rammarico nel volto.
Io li avevo osservati meravigliato ed avevo pensato a quanti amici aveva avuto mio padre e perché fosse morto a mezzogiorno l’ora dei giusti ed avevo calcolato anche la percentuale degli ipocriti, una minoranza.
Solo pochi si erano accorti degli occhiali posati sulla sua scrivania e di quella penna che solo poche ore prima aveva stretto tra le dita.
Poi erano passati tanti giorni assurdi, vuoti a ricercare nella memoria ogni episodio ed ogni parola per non perderne il ricordo, come se avessi voluto suggellare in me la sua volontà, il suo esempio.
Era stata una lotta tremenda fra la mia debolezza e la sua forza ed infine, esausto, non l’avevo più voluto presente nella mia vita a livello conscio.
Tutto ciò si era acceso in un modo traumatico nella mia mente quando Sonia era stata sul punto di svenire nel ricordo dei suoi morti . Era stato il suo dolore a risvegliare in me quanto era ormai assopito dal tempo e che avevo riposto in un angolo lontano della mia coscienza, sospingendolo progressivamente sempre più nell’estremo fondo dei miei pensieri.
Ora capivo, dunque, che la morte era solo ciò e nulla contava per il predestinato ma unicamente per il rimpianto che avesse lasciato.
Uccidermi perché ? Prima avrei dovuto seminare tanto bene poi, e solo allora, avrei potuto morire certo di non aver vissuto invano.


Era stato proprio in quelle due settimane vissute con Sonia che avevo scoperto per caso anche un’altra amara verità, all’inizio taciuta dalla mia amica.
Il suo pallore non era soltanto l’espressione di una grande sofferenza interiore ma era dovuto in gran parte ad una gravissima malattia tanto che i medici si erano tutti pronunciati sfavorevolmente riguardo alla prognosi.
L’avevo scoperto alcuni giorni dopo il nostro incontro quando lessi distrattamente le indicazioni di un farmaco che prendeva più volte al giorno e che aveva scordato sul grande tavolo d’olmo.
Avevo voluto una conferma ma lei era stata riluttante .
Non è niente, - aveva detto – prendo queste pillole perché mi sento un po’ giù. -
Io avevo insistito perché quel prodotto, di cui avevo sentito parlare, era considerato dagli scienziati un tentativo farmacologico per una precisa malattia e solo allora Sonia aveva aggiunto .
- Va bene, mi hanno detto che è una cosa grave e che stanno studiando i rimedi ma a tuttora c’è solo da prendere questa porcheria.-
Non avevo voluto insistere ma nel pomeriggio mi ero recato da un mio amico ematologo ed avevo chiesto lumi sulla malattia di Sonia.
La sua risposta era stata agghiacciante ed aveva concluso dichiarando che contro quel tipo di virus, dalle caratteristiche inibenti le difese immunitarie, non c’era cura e che la mia amica non avrebbe potuto sopravvivere a lungo.
Poi aveva cercato di consolarmi .
- Qualche volta esiste un miglioramento strano ed imprevisto, spontaneo vivendo in qualche paese dal clima continentale . La scienza non sa spiegarsi questi casi ma se vuoi, puoi provare tanto le medicine che prende sono in pratica dei palliativi. –
Quella sera stessa parlai a Sonia.
- Lo sai dove ti porterò? – iniziai tranquillamente.
- No dove?- rispose meravigliandosi.
- In Bosnia tra monti alberati, in pratica ti porterò dalle parti dove sei nata. -
- Certo ma perché? domandò sorpresa –
- Vedrai che guarirai completamente, - dissi con decisione- lì il clima è adatto alla tua salute!-


Prima che riducessi in cenere il mio manoscritto ero stato da Lucia che nel frattempo era riuscita a farsi assumere in banca, per l’intervento politico di un suo zio molto influente e così era divenuta assolutamente autosufficiente .
Quando le ebbi raccontato delle scadenze trimestrali con lo strozzino e che attendevo di concludere il mio romanzo per farmi anticipare una grossa somma dal mio Editore, lei guardandomi negli occhi arrossati dalle lunghe notti trascorse a scrivere, mi aveva detto, dopo aver riempito un assegno – tieni questo è la metà di quanto ho ricavato dalla vendita di quell’unica mia piccola proprietà lasciatami da mio padre come ben sai. -
Così mi aveva messo in mano un foglietto con il quale avevo pagato tre rate del mio debito ed avevo ancora quasi un anno per saldare il conto e per pensare di dedicarmi soltanto a Sonia, che del resto non aveva problemi di denaro e così la convinsi di partire.
Due settimane più tardi io e Sonia eravamo in Bosnia.







Capitolo Settimo.



Le labbra socchiuse e la saliva schiumosa,come una bava rappresa agli angoli della bocca, davano all’uomo, dall’aspetto di un ragazzo cresciuto in fretta, una dolorosa espressione di sofferenza ma gli occhi infossati e vivaci dimostravano a iosa quanto fosse in lui grande la speranza di vivere.
Sonia gli si avvicinò mentre io gli sostenevo il capo abbandonato e senza forza ed appoggiai un fazzoletto intriso d’acqua alle labbra riarse.
Poi, in quel po’di serbo che riuscivo a masticare, chiesi.
- Da quanto tempo sei qui? -
Da circa mezzora,-rispose rinfrancato con voce rauca e tremolante, - non posso camminare, credevo che sarei morto senza vedere più un essere umano. -
Sonia mi aveva tradotto la frase poi con un lieve sorriso lo incoraggiò passando le mani fra i capelli lisci e castani,dicendo.
- Vivrai e come vivrai! Con il nostro aiuto sarà facile mettere in ordine questa brutta ferita alla gamba. -
Sotto il ginocchio destro avevamo visto un profondo squarcio e la scheggia che l’aveva colpito gli era penetrata nelle carni ma per fortuna non aveva leso l’arteria.
Di sangue ne aveva perso tanto ed io cercai di bloccare in qualche modo l’emorragia che inzuppandogli i pantaloni di tela blu era visibilmente assai abbondante.
Mentre mi davo da fare Sonia avvertì che il giovanotto cercava di mormorare qualche parola, lo sorresse e domandò .
- Sei serbo o mussulmano? –
Mussulmano, - rispose con una smorfia di dolore ed aggiunse, - quei maledetti serbi si divertono a giocare alla guerra con noi mussulmani che siamo il loro bersaglio preferito. –
Si fermò respirando a fatica, rimase in silenzio per qualche minuto e poi sussurrò.
- Mi chiamo Mekdi e sono fuggito dal villaggio appena ho capito che l’avevano preso di mira con i mortai .Non solo mi hanno beccato lo stesso ma hanno terrorizzato tutti giù, facendo una vera carneficina. - Dicendo così gli occhi del giovane sprizzavano lampi di odio ma un momento dopo cadde in una specie di deliquio.
In quel attimo dissi a Sonia che sarei corso a prendere la Jeep parcheggiata davanti allo Chalet e che lo avremmo portato subito al piccolo ospedale di Sekovici, una piccolissima località a monte della nostra casetta.
Sonia annuì, - fai presto per carità Roberto, questo è in pericolo di vita, non deve avere più sangue nelle vene. -
Guardai Sonia spaventatissima.
- Non ti preoccupare faccio in un lampo e ti prometto che lo salveremo. -


Da più di sei mesi io e Sonia eravamo a Sekovici e lei era rifiorita nel corpo e nel morale senza prendere nessuna medicina.
Il viso e l’incarnato avevano riacquistato le sembianze di tanti anni prima ed il miracolo proseguiva, lento ma sicuro come se non fosse mai stata colpita da quel infido virus o meglio se questo avesse perduto la battaglia per ucciderla.
L’estate stava morendo ma paradossalmente l’inizio dell’autunno aveva portato a Sonia nuova energia e la sua salute, già tanto migliorata, era riesplosa con vigoria e veemenza quasi il suo cervello avesse impartito un ordine categorico e perentorio di guarire.
Di ciò ne ero assolutamente convinto che tutto quanto di positivo le vedevo addosso,nel fisico e riflesso nel volto, era dipeso da qualche stimolo che lei stessa aveva prodotto in qualche remota area encefalica improvvisamente e in modo continuativo.
Io forse l’avevo aiutata nella metamorfosi vivendo con lei una vita del tutto quieta dove il tempo in ogni sua frazione scorreva senza affanni, senza paure e ricordi.
Ci eravamo sistemati in una piccola e accogliente casetta di montagna con le cose essenziali ed utili per tutti i giorni vicino al minuscolo villaggio distante un paio di chilometri, , collegato con una strada sterrata in mezzo a faggi centenari a Sekovici, abitata in larghissima maggioranza da mussulmani allevatori di capre e pecore e da qualche commerciante.
Tutti ci conoscevamo ed in un certo senso sembrava che volessero proteggere il nostro desiderio di vivere in tranquillità e sereni.
C’erano anche una decina di famiglie serbe soprattutto dedite alle culture dei campi e quel posto così importante per noi c’era stato indicato da una anziana zia di Sonia che ancora viveva a Belgrado dove eravamo stati per un paio di settimane dopo la nostra partenza da Roma.
La conoscenza della lingua da parte di Sonia era stata essenziale anche perché lì il serbo era la lingua ufficiale.
Tutti avevano capito fin dall’inizio che noi due avevamo deciso di rimanere in quel posto per l’aria salubre e la quiete e tutti si erano fatti in quattro per portare a Sonia, che mostrava nel viso i segni inequivocabili della sua malattia, omaggi e dolci del posto per farle piacere e nella loro semplicità, perché pensavano che avrebbe riacquistato quelle forze che sembravano l’avessero abbandonata definitivamente.
Il bosco era esteso, odoroso di muschio e silenzioso e gli alberi stendevano i loro rami intrecciandosi in un abbraccio solidale attraverso il quale i raggi del sole giocavano a creare penombre e sottili lingue di fuoco.


Tutto procedeva nell’incanto della ritrovata salute di Sonia ma quella mattina nel silenzio immutevole del bosco a qualche chilometro dalla nostra casetta avevamo udito il sordo e cupo esplodere di colpi di mortaio, a valle verso il villaggio.
Poi quel giovane mussulmano ferito, lì vicino a quell’altissimo abete che Sonia aveva visto prima di me mentre correvamo in discesa verso il villaggio, ci aveva improvvisamente fatto capire che gli uomini non avrebbero mai fermato la loro corsa pazza nel dolore, come era stato sempre fin dagli albori dell’umanità e che il fatale germe della violenza di cui in tutti quei mesi avevamo avuto sentore dalle notizie della televisione, era giunto anche presso di noi per confermare nuovamente con crudeltà una guerra civile stupida e nel tempo stesso feroce centrata, questa volta, sull’abominevole concetto della pulizia etnica delle popolazioni.
E tutta la tragedia del dolore la vidi, in quel piccolo ospedale di Sekovici quel giorno di settembre nel viso e nel corpo di Mriam.Gli occhi scuri inebetiti dallo stupro fissi senza più espressione, le labbra gonfie socchiuse ed immobili,le ginocchia livide e le gambe piene di ecchimosi ed ematomi, le cosce ferite da innumerevoli tagli di pugnale.
Quella creatura giovane e acerba offesa nel corpo e nello spirito rappresentava senza dubbio la più alta espressione della brutalità e della crudeltà dell’uomo, di quel animale creato da un Dio grande e giusto oppure da un demonio perverso ed accecante la ragione, la sola cosa in cui ancora credevo.
Sonia mi si parò davanti e posò le mani sui miei occhi perché non vedessi ancora tutto quello strazio. Ma lei non si accorse che le mie mani si erano bagnate del suo silenzioso pianto.
- Ascoltami con attenzione, – alzò appena il tono della voce ed il suo timbro divenne dolcissimo quando aggiunse - non voglio che tu soffra ancora, Roberto e non devi sentire il bisogno di interrompermi. -
Le fissai il bel ovale quando riprese.
- Quanto abbiamo visto, ed è ben poca cosa rispetto a quanto possiamo immaginare, deve creare in noi la certezza che l’umanità non è così tra i miliardi di esseri che popolano la terra. Qui l’odio ha cancellato il cuore - riprese dopo un attimo - e senza amore non si può vivere perché solo quello può lievitare il bene in questo disastrato mondo. -
Sonia mi parlava d’amore e tutto il calore che trasmetteva alla sua voce, più che il significato delle frasi che le sgorgavano impetuose dal profondo dell’anima, giungeva alle mie orecchie come se una musica soave prendesse possesso del mio spirito. Ascoltavo ma non udivo i concetti che lei esprimeva mentre la guardavo estasiato e la vedevo bella e sana, dolce e suadente, triste e gioiosa .
Era Sonia il mio salvacondotto per la vita e quella donna mi stava inebriando in un momento di felicità così estraneo in quel luogo di dolore e di sofferenza in mezzo a quei morti dilaniati e tra quei feriti maciullati dalle granate o tra quelle giovani donne violentate.
La guardai ancora rapito da quelli occhi tanto dolci ed espressivi e sedendomi alla guida della jeep seguendo un filo non logico dei miei pensieri dissi soltanto con convinzione, - hai ragione, non dobbiamo essere più umiliati nel nostro spirito. -
Lei smise di parlare e prendendomi la mano fredda mi baciò teneramente.



L’incontro fortuito che ebbi sull’aereo che da Belgrado conduceva me e Sonia a Vienna risultò determinante e fu ancora una volta Sonia il tramite presentandomi quel uomo sorridente dagli occhi azzurri e dai capelli brizzolati, tenuti in ordine dalla scrinatura perfetta sul lato sinistro del capo mentre un paio di occhiali, spessi da miope, gli
conferivano l’aspetto di un intellettuale come in realtà era.
Franz Mayer e Sonia si conoscevano da quando lei aveva lavorato come giornalista mentre lui era il responsabile in Italia della più grande ed importante Agenzia di Stampa austriaca.
Seduto di fronte a me, Franz scoppiò improvvisamente a ridere ed in un buon italiano esclamò.
- Lo sa che un momento fa’Sonia mi ha detto che lei è un ottimo scrittore! –
Si pulì le lenti degli occhiali con il fazzolettino del taschino della giacca ed aggiunse, continuando a sorridere,accarezzandosi il mento liscio e perfettamente sbarbato.
Con mia moglie Inge abbiamo a Vienna una piccola ma non modesta Casa Editrice e pubblichiamo narrativa e saggistica di valore tanto che gli affari da anni vanno sempre più a gonfie vele.
Rimasi così stupito del fatto che non riuscii che a balbettare.
- Ma guarda i casi della vita… -
Guardai Sonia e ripresomi aggiunsi, - Sonia è troppo buona perché, caro Franz, io sono un ex scrittore e da anni non scrivo più nulla se non qualche appunto sporadico che sto raccogliendo in quattro o cinque quaderni a quadratini,sa quelli che i bambini adoperano per fare i compiti di aritmetica -
Sorrisi allegramente a quel uomo gioviale e che mi era parso franco e limpido nel modo di comportarsi e di parlare.
Sonia intervenne prima con uno sguardo serio che mi lanciò rapida, poi rivolse all’amico un lapidario commento.
- Non credere a questo bugiardo, Franz, in passato Roberto è stato in testa alle classifiche con due romanzi poi ne ha bruciato un altro ed attualmente in quei quaderni che ti ha detto, ne sta scrivendo un altro ancora… -
Soddisfatta della dichiarazione resa Sonia si sdraiò sulla poltrona e come una ragazzina dispettosa allungò gambe e piedi verso di me che le sedevo di fronte ma di lato.
Non fu facile per Franz strapparmi la promessa che gli avrei fatto leggere quanto avevo scritto negli ultimi sei mesi ma alla fine decisi e affermai:
- Va bene Franz fra qualche mese avrò terminato il mio lavoro e lei sarà il primo a leggerlo, - sorrisi ed aggiunsi. - questa è la mia volontà.-
Ci stringemmo la mano in un tacito patto, avevo trovato senza cercarlo l’Editore di quel romanzo che altrimenti non avrebbe visto mai la luce ed ero convinto che il passo che stavo intraprendendo fosse quello giusto.
Io e Sonia, quelle stesse ombre della notte di Piazza del Popolo di un tempo così lontano, noi due, anime complesse e solitarie che eravamo state così vicine alla morte dello spirito e del corpo ora uniti e solidali nell’amore verso ogni creatura saremmo rimasti a Vienna fino alla primavera quando il mio libro sarebbe stato pubblicato.









Capitolo Ottavo.



Sonia non si era mai interessata di quei quaderni dove avevo raccolto i miei pensieri meditando e seguendo i fili dell’ideazione, in quei mesi in cui il mio primo interesse era stato il benessere della mia compagna e la sua salute.
Avevo scritto unicamente per me stesso senza cercare una trama oppure una scaletta ma soltanto per non farmi sfuggire dalla memoria tutte le sensazioni e le vicende che via via avevo sentito pressarmi l’anima e le mie idee non erano creature che avevano seguito i fatti ma erano uscite dalla mia penna, insieme a quelli, in perfetta simbiosi.
Come le tamerici sull’arsa spiaggia non furono create prima o dopo di questa ma, nel gioco naturale del caso e della necessità, si erano trovate a vivere la stessa ma diversa vita della sabbia e del mare.
Mille volte ero stato tentato di infrangere l’accordo che avevo stretto con Franz Mayer per un motivo che apparentemente mi sembrava valido.
Quanto avevo scritto era stato così intimo, così schietto e sincero, quasi un giuramento tra me e la mia penna, che mi pareva un tradimento se altri, un domani, avessero potuto leggermi
E fu di nuovo Sonia che mi venne in aiuto scrutando i miei occhi seri e pensosi quando ebbi il coraggio di confidarmi.
Camminavamo a passi lenti lungo gli antichi viali del Prater e sottobraccio sentivo quel corpo di donna vicino al mio come un sostegno ed una speranza.
Lei mi amava tanto e solo l’idea di causarle un pur minimo dispiacere mi rendeva furioso anche se ciò rappresentava un segreto che custodivo gelosamente.
Sonia era diventata il mio alter ego da quando insieme avevamo vinto la battaglia contro la sua malattia ed innumerevoli volte mi ero sorpreso a pensare cosa mi sarebbe accaduto se fosse morta.
Le strinsi il braccio e parlai per ore, sempre passeggiando, confidandole tutti i miei dubbi .
Rompendo un breve silenzio,lei accostò il capo sulla mia spalla e fermandosi disse. – Amore mio non devi essere egoista. Se c’è del buono in quello che hai scritto hai l’obbligo morale di farlo sapere a tutti e più gente leggerà il tuo libro più uomini. e donne capiranno perché è stato importante che siano nati. -
Né era così convinta che nello sguardo e nel sorriso che mi fece, vidi una specie di estasi quasi Sonia non fosse quel essere vivo e sano che mi si stringeva addosso ma il mio angelo custode.
Abbassai il viso verso le sue labbra e teneramente la baciai sussurrandole.
- Benedetta Sonia sei veramente una splendida creatura e rappresenti tutto per me. -
Sospirai come liberato ancora una volta da una angoscia infida, mia vecchia conoscenza e sussurrai, - ti amo anch’io tanto e farò di tutto perché tu possa essere orgogliosa e felice del tuo Roberto.-


Frau Ingeborg veniva spesso a farci visita nello spazioso appartamento ammobiliato che avevamo preso in affitto dalle parti della Ringstrasse e fra lei e Sonia si era stabilita una cordialità affettuosa che mi rendeva soddisfatto.
Donna di stampo antico, ricercata nel vestirsi e semplice nei modi, Inge dimostrava più o meno cinquantacinque anni portati ottimamente senza un chilo di grasso in più, col viso acqua e sapone e con l’unico vezzo di un tenue ombretto verdolino attorno gli occhi che metteva maggiormente in risalto il verde cupo di quelli.
Ma era il sorriso che appariva improvviso e lo sguardo intelligente ciò che mi affascinava di più e che conquistava la simpatia di chiunque avesse la fortuna di conoscerla.
Vedevo, con il passare dei giorni,stringersi fra le due donne una schietta amicizia tanto che la mia compagna spesso ricambiava quelle visite recandosi nella villa che i coniugi possedevano nei pressi del castello di Schönbrunn .
Ma c’era un altro motivo,in quelle frequentazioni di Sonia, la piccola Carmen la nipotina di Inge.
Anch’io l’avevo conosciuta quella bimbetta di tre anni e mezzo ed ero stato ugualmente conquistato dal suo visino, . col minuscolo naso all’insù adornato da lunghi capelli biondi che teneva spesso sciolti sulle spalle ma soprattutto da quegli occhi azzurri sempre spalancati ed interroganti.
Carmen stava quasi sempre dalla nonna perché l’unica figlia di Inge, Moira che aveva intrapreso la carriera diplomatica, era obbligata a lunghe permanenze all’estero.
A casa Sonia non faceva altro che descrivermi tutte le smorfiette e le birbanterie della bimba, mimando i suoi atteggiamenti e le mille espressioni del suo volto.
Mi accorgevo sempre più che Carmen stava per esserle indispensabile e così una sera a letto le confidai i miei pensieri.
Sonia mi si era accostata, lieve, quindi aveva mormorato sottovoce, - Roberto caro desidero un figlio da te….-
Il pensiero era istantaneamente volato a Stefania ed a quanto dolore le avevo procurato con la mia lontananza e così le avevo risposto titubante.
- Sai ogni cosa di me e della mia vita, forse non è il caso perché sono stato un pessimo padre ed un fallimento come marito,-poi avevo aggiunto sincero-certo che mi piacerebbe avere un bambino con te ma per onestà ne riparleremo quando avrò sistemato la mia prima famiglia. -
Il sospiro ed i baci di Sonia così appassionati mi avevano detto che per lei andava bene anche quanto avevo or ora deciso e che il mio equilibrio le stava più a cuore di una eventuale immediata maternità.


La perfetta conoscenza da parte di Ingeborg della lingua italiana ci permetteva lunghe conversazioni e quel giorno piovoso di fine novembre mentre fuori l’aria umida e fredda stava annunciando l’inizio della stagione invernale, sorseggiando il the che Sonia le aveva offerto, mi disse inaspettatamente.
- Signor Roberto le faccio una proposta che ne direbbe di farmi l’onore di nominarmi traduttrice in tedesco del suo manoscritto? –
Rimasi stupito ed inorgoglito allo stesso tempo,la osservai per qualche istante e risposi chiedendo.
- Frau Inge lei mi fa arrossire, ma non le sembra di rischiare troppo con un romanzo che ancora non ho terminato? -
- Il rischio mi piace, il lavoro pure, - affermò solennemente, - ma se riuscissi a capire lo spirito del suo manoscritto potrebbe riuscirne una traduzione perfetta come se lei stesso avesse scritto nella mia lingua. –
L’idea di vedermi in tedesco aveva sollecitato la mia vanità e probabilmente era stato propria quella la spinta decisiva che mi costrinse a concludere ed a modificare alcuni passaggi non sufficientemente soddisfacenti .
Così avevo trovato anche chi mi avrebbe tradotto nella propria madre lingua aprendomi l’enorme mercato librario di lingua tedesca che avrei potuto penetrare con l’aiuto determinante dei coniugi Mayer.


Nei mesi seguenti, a parte una breve parentesi di una settimana prima di Natale, durante la quale io e Sonia eravamo volati a Roma per sistemare alcuni problemi finanziari che le erano urgenti ed io per rivedere Lucia ma non Stefania in gita scolastica a Parigi, il tempo volò via velocemente assorbito com’ero dal mio lavoro e dal contributo che davo personalmente alla signora Mayer nella traduzione.
Tuttavia non riuscivo a dimenticare i due grossi problemi che avevo lasciato a Roma e che mi giravano nella mente come due fastidiosi pensieri.
Lucia mi aveva accolto molto freddamente ed avevo capito che non mi avrebbe mai perdonato di averla lasciata sola a badare ed a prendersi cura di nostra figlia che crescendo aveva sempre più avuto bisogno della mia presenza.
Qualsiasi cosa Lucia mi avesse proposto avrei accettato di buon grado ma lei non mi aveva reso partecipe di nulla della sua vita e di quella di Stefania malgrado le mie insistenti domande.
Solo su un fatto era stata chiara e perentoria:non le dovevo più nulla dei novanta milioni che considerava un suo regalo né aveva bisogno di nessun aiuto economico per vivere decorosamente con Stefania anche quando la pratica della separazione legale sarebbe giunto in porto attraverso il suo avvocato.
Soltanto se mi fossi risollevato e ripreso col mio lavoro avrebbe accettato una rendita per gli studi di Stefania che intendeva far svolgere in Inghilterra nelle migliori scuole e poi in America, con un Master, per darle un avvenire sicuro ed autonomo.
L’unica cosa che ero riuscito ad ottenere era stata quella di trascinarla dal notaio dove avevo già avviato, a sua insaputa,prima della mia partenza da Roma insieme a Sonia per Vienna, la donazione della villetta di Ansedonia a Stefania.
Malamente ripagavo mia figlia per tutti i danni causati alla sua infanzia ed alla sua adolescenza come se questo potesse dare quiete alla mia coscienza .Ben altro avrei desiderato:cosa avrei potuto fare e come per riavere il suo amore e la sua innocenza, la sua fiducia ed i suoi teneri abbracci?
Non ero stato capace di darmi una qualsiasi risposta e l’unica cosa che avevo saputo dirmi era che solamente il tempo avrebbe giocato forse in mio favore.
Ero riuscito a pensare di nuovo in modo positivo come se avessi fatto un balzo indietro di quasi sette anni e ciò mi aveva confermato che finalmente esisteva un nuovo Roberto.
L’altra questione, quella riguardante l’ultima rata da pagare allo strozzino, la vedevo come un mezzo problema più facile da risolvere adesso che insieme ai Mayer avrei, in ogni caso, avviato una collaborazione continua e certamente remunerativa.
Mancava qualche tempo ancora per saldare il conto della mia passata follia ma ora l’avrei vissuto serenamente ed ancora una volta me la sarei cavata perché il caso ed il destino mi avevano fatto incontrare Sonia nei cui riguardi il fato stesso era stato impietoso e come con me ingeneroso.


Quando giungemmo davanti al cancello della villa dei Mayer la piccola Carmen era intenta a lanciare minuscole palle di neve nella fontana che, nella sua infantile fantasia, avrebbero dovuto rompere il sottile velo di ghiaccio formatosi in superficie.
La “fraulein”che la teneva sottocchio vedendo la mia auto, mentre il cancello comandato elettronicamente si spalancava, esclamò, -guarda Carmen chi ti è venuta a trovare! -
Il viso della bambina con le guance paffute e rosse per il freddo si illuminò di gioia mentre Sonia, uscendo dalla macchina e spalancando le braccia, le corse incontro.
- Amore mio, - sospirò Sonia, - vuoi giocare con me?Io, - aggiunse ridendo, - so fare dei bellissimi pupazzi di neve, vuoi aiutarmi, piccola birbante? -
Guardai la scena da qualche metro di distanza comprendendo ormai bene quanto Sonia aveva detto a Carmen in tedesco.
Sonia era sempre così, felice ed esuberante, quando incontrava la piccola ed immaginai, in un rapido flash, come sarebbe stata la nostra vita se Carmen fosse stata nostra figlia e l’avesse chiamata mamma.
Era stato un pensiero fulmineo, subito rimosso, ma vivace ed immediato quello che mi aveva attraversato la mente mentre entravo in casa accolto, come al solito, con schietta affabilità da Frau Inge.
Lei mi fece sedere alla scrivania del severo studio del marito, tutto in mogano scuro e mi disse contenta.
Caro Roberto con quest’ultima seduta siamo alla fine della traduzione del suo manoscritto .-
- E’ stato un bel lavoro, - sorrise di gusto, - e le assicuro che ci ho messo tutto il mio impegno professionale ed anche tutta la mia dedizione tanto mi sono appassionata. -
La guardai serena e distesa, mentre lei aggiungeva,-ora dobbiamo immediatamente pubblicare il testo sia in italiano che in tedesco e lasceremo questo compito a mio marito che saprà come fare per pubblicizzare il romanzo e distribuirlo sia qui che in Italia ed in Germania.-
Pensai alla somma delle sofferenze che mi avevano portato a quel romanzo ed a quanto dolore quel libro faceva da specchio, certamente al di là di ogni mia aspettativa .
Forse sarebbe stato anche un successo e probabilmente sia io che Mayer avremmo guadagnato un bel mucchio di soldi, tuttavia questo aspetto non mi interessava che marginalmente.
Sapevo invece di aver espresso il meglio della mia arte e che quanto avevo scritto avrebbe fatto riflettere i miei lettori che mille e mille volte nella loro vita avevano sentito palpitare nell’anima o nel cervello sensazioni analoghe alle quali non avevano saputo o voluto prestare attenzione.
Era strano altresì che tutta quella soddisfazione che sentivo circolare a pieno ritmo nel sangue non avesse appagato il mio io dove già incombevano altre idee ed altri problematici segnali opposti rispetto a ciò che avevo appena terminato di scrivere.
Mi venne in mente in quale trappola angusta il pensiero sia condizionato dalla vita e come l’uomo invece creda di possedere spazi immensi ed infiniti liberi da ogni costrizione .
Stavo dicendomi che se lo scrivere è un’arte, è soltanto una espressione parziale perché concetti ed idee avrebbero potuto esprimersi in altre forme più chiaramente e con piena libertà come nella musica e nella pittura oppure in qualche altra diabolica forma. Ciò era lapalissiano dalla preistoria e poi nei tempi successivi, ma non era chiaro come nei limiti del cervello le idee nascono e muoiono, vivono e giganteggiano lampeggiando oppure vivacchiano non producendo che larve senza speranza e senza forma fino alla morte quando il consuntivo sarà fatto solo sulla base delle cose che avrai saputo fissare e fermare,lasciando ad altri un tuo personale patrimonio .Tutto ciò non avevo avuto il coraggio di scrivere ed ancora una volta fui preda dello sconforto ed invidiai chi nascendo avrebbe potuto essere ciò che avesse voluto, e non un semplice portavoce di riflessioni.








Capitolo Nono



Una nuvola isolata bianco rosea dal profilo sinuoso attirò improvvisamente la mia attenzione quando, al tramonto di una domenica d’ estate, mi affacciai al balcone di casa.
Ero stato fino a quel momento immerso in pensieri struggenti riguardanti la mia Stefania e proprio per dissiparli almeno in parte mi ero deciso di respirare un po’ di quel balsamico ponentino che giungeva dal mare.
Pensai quanto fossi fortunato di essere ancora tra coloro che potevano vedere un simile spettacolo ed a tutti quelli, in particolare amici e conoscenti, che ormai falciati dalla morte non avrebbero mai più potuto godere delle bellezze della natura, immutevoli e varie e nemmeno essere gratificati da affetti ed amori che appartengono soltanto ai vivi.
Girai lo sguardo attorno lì sotto nel giardino e vidi tanti bambini vocianti ed allegri intenti ai loro giochi chiassosi mentre le madri attente nel sorvegliarli mormoravano fra loro parole che mai avrei potuto udire ma solo immaginare dalla mimica nei volti e nei gesti, espressioni eloquenti di vita.
Anche Lucia da due anni non c’era più, concludendo tragicamente la sua esistenza non so dire se ingrata o sfortunata ma certamente
condizionata da uno stupido uomo che poi ero io e così anche mia moglie non avrebbe più saputo nulla di tutto e mai più avrebbe potuto rivedere ed abbracciare nostra figlia.
Era sempre la mia bambina, Stefania, anche se ora in Inghilterra stava completando gli studi di Economia con ottimo profitto .Così pulita nel viso e nei modi e così bella nel corpo flessuoso, alta e slanciata assomigliava sempre più alla mamma e proiettava in ogni istante,quando ci sentivamo al telefono, grazia e tenerezza dando forza al mio spirito ed alleviando il dispiacere di non averla vicina.
Come un contrappasso paradossale, tante erano state le mie colpe negli anni delicati della sua adolescenza tante erano le gioie che Stefania mi riversava da quando, morta Lucia, era venuta a vivere con me e Sonia nei periodi delle vacanze e più lungamente d’estate.


Era stata una brutta storia quella della fine di Lucia ed anche i giornali ne avevano parlato.
Un balordo tossicomane l’aveva aggredita nel box dove aveva parcheggiato l’auto per la notte, dopo una giornata di lavoro e per impossessarsi della pelliccia che indossava l’aveva accoltellata, prima di fuggire, con un fendente diritto al cuore.
Mi avevano riferito che non aveva sofferto a causa della morte istantanea e che aveva resistito, come nel suo carattere e nel suo istinto con tutte le sue forze, per non cedere alla sopraffazione di quel delinquente.
E così non eravamo nemmeno giunti alla separazione legale che mi ero trovato vedovo e con Stefania stretta a me nella comune disperazione e nello strazio dei nostri cuori.
Sonia era stata impareggiabile psicologa con lei e con me creando e tessendo una immensa tela di sentimenti di dolcezza nella quale io e mia figlia eravamo rimasti sostenuti come su una zattera in mezzo al mare in tempesta.
- Ho bisogno di te, - le avevo detto un giorno mentre Stefania era rimasta seduta a pensare guardando nel vuoto, - ho tanto bisogno del tuo affetto e della tua stima e devi promettere che sarai per sempre la mia giovane amica e che ogni tua paura e pensiero triste lo dividerai con me e se sarò in grado di aiutarti affronteremo ogni cosa unendo le nostre forze. -
Stefania aveva allora socchiuso la bocca innocente sollevando le lunghe ciglia che tanto ammiravo quando era bambina e sospirando, con il viso che esprimeva gratitudine, aveva affermato.
- So dirti, cara Sonia, soltanto un grazie di cuore ma ti garantisco che avevo bisogno proprio di queste parole.-
- So anche,- aveva continuato alzandosi ed avvicinandosi a Sonia, - quanto hai sofferto nella tua vita e perciò la promessa che mi chiedi sarà da questo momento un vero giuramento tra noi. -


L’affetto che Sonia aveva saputo riversare su Stefania era completo e tutto l’amore di donna e del suo generoso cuore, come una riserva inesauribile e senza fondo compresso dalla morte dei suoi cari, aveva trovato in mia figlia il suo naturale sfogo.
La trattava alla pari di una mamma attenta in primo luogo alla ricostruzione di una serenità violentata da quel destino ingrato che l’aveva resa orfana così brutalmente.
Era stato un lento e metodico ricostruire valori dal sano contenuto morale ed affettivo quello che era riuscita ad infondere in Stefania e prima di ogni altra cosa, Sonia aveva contribuito a cementare,
tenacemente e costantemente con tanta pazienza riportandolo alla luce, il rapporto di fiducia che Stefania aveva tenuto sepolto per tanti anni nel suo giovane cuore verso di me.
Con i guadagni realizzati, con le prime edizioni del mio romanzo venduto sia nei Paesi di lingua tedesca che in Italia, con grande successo, avevo saldato ogni mio debito e con lo strozzino e con le banche eliminando tutte le ipoteche che gravavano sull’appartamento di via Cola di Rienzo e su quello nuovo di Monte Mario.
C’erano voluti un mucchio di soldi per sistemare ogni cosa ma alla fine avevo constatato che il rendimento del mio libro, in termini economici, era stato tale che sul mio conto corrente ora c’erano più di duecento milioni. Inoltre la vena aurifera delle nuove edizioni stavano per dare ulteriori frutti
Avevo rivisto Lucia un mese prima della sua scomparsa ed ancora avevo constatato che non era per nulla cambiata la nostra situazione coniugale, in via di disfacimento e che neppure la notizia del successo del mio romanzo era stata in grado di farle spuntare il sorriso sulle labbra.
Mi aveva congedato, dandomi l’appuntamento per la separazione, con una frase che continuava a martellarmi in testa e che mi aveva fatto riflettere come forse la nostra unione fosse stata più legata alla reciproca attrazione fisica che a sentimenti visceralmente provati, per quanto sentissi di essere bugiardo ed ipocrita a pensare così.
- Neppure se mi ricoprissi d’oro potrei mai perdonarti di aver distrutto la mia vita e di aver privato Stefania di un padre - disse asciutta.
Aveva poi aggiunto emotivamente con un’ultima frecciata.
- Ricordati però che non c’è odio in me e nemmeno risentimento ma un semplice giudizio sincero e schietto sulla tua personalità che ritengo pericolosamente egoistica e vile. -
Con ciò aveva chiuso il monologo e porgendomi la mano aveva affermato.
- Malgrado tutto amici come prima, caro il mio Roberto, ed addio per sempre. -
Così nello spazio non breve di due anni il legame, già solido, con Sonia era divenuto profondissimo e la nostra unione si era elevata alla dignità di una famiglia vera.
Le avevo anche proposto quel figlio, già tanto desiderato da quando eravamo a Vienna, ma lei mi aveva risposto con la solita dolcezza.
- Roberto non possiamo proprio fare adesso una cosa simile. Stefania ne sarebbe inconsapevolmente offesa ora che ha capito quanto amore, io e tè,sentiamo per lei. -
Poi aveva aggiunto,-quanto è fragile il cuore e l’integrità psichica delle ragazze e quanto è facile causare loro del male,involontariamente, precipitandole in un rovinoso turbamento nel momento che eventi nuovi e non attesi si intromettono nella loro vita! -
Non ero stato del tutto d’accordo con quelle considerazioni.
- Tu sei troppo sensibile e seppure condivido la necessità di evitare a Stefania ulteriori traumi, di qualsiasi genere, pur devi ammettere che la costruzione della sua personalità dovrà anche passare, prima o poi, attraverso fatti non programmati. -
- Comunque,-avevo concluso.- aspetteremo ancora visto che Stefania deve partire per il College in Inghilterra e deve sentirsi perfettamente tranquilla ed a suo agio. -
Avevo accarezzato i capelli di Sonia con tenerezza ma anche con un filo di voluttà e quella sera facemmo all’amore appassionatamente.









Capitolo Decimo



Quando fu il ventesimo compleanno di Stefania, a marzo, volammo a Londra per abbracciarla e festeggiare insieme .
In quel occasione mia figlia ci presentò un gran numero di amici e di amiche del College appena fuori Cambridge .
Le avevo comprato da Bulgari uno splendido girocollo di platino tempestato di piccoli ma rarissimi smeraldi mentre Sonia, che conosceva bene le sue misure, le aveva portato il suo primo vestito da sera, acquistato da un grande stilista, di un tenue colore ocra.
- Olè papà, - esclamò mentre i grandi occhi a mandorla avevano sorriso e mi si era stretta fra le braccia così forte che mi era parso non volesse più lasciarmi andare, - che sorpresa, ma anche senza questo splendido regalo devi sapere che ti voglio tanto bene! -
Gli occhi di Sonia si erano inumiditi e qualche lacrima fece capolino sulle sue gote nel momento stesso che Stefania, fatto un passo indietro, di slancio le si buttò al collo baciandola con effusione ed impeto giovanile, dicendo, - Senti un po’,da quando ti ho conosciuta non hai fatto altro che pensare a me dedicandomi mille attenzioni come quelle lunghe lettere che, posso tranquillamente dire,sono tra le cose di cui sono più gelosa. -
Sonia la guardò a lungo e passandole lieve le dita sui capelli ed atteggiandosi a donna matura e saggia proruppe in una grande risata.
- Sai che ti dico Stefania? Non è questo il momento di pensieri così seri e di lacrimucce .Rispondi piuttosto, - sorrise ancora - chi è il fortunato tra tutti quei bei ragazzi che ci hai appena presentato? -
Il pallido incarnato di Stefania divenne improvvisamente di fuoco e facendo l’occhiolino a Sonia, come per coinvolgerla nei suoi segreti e girando il capo verso di me, sussurrò ironica.
- Te lo dirò poi Sonia, viso a viso e non in presenza di paparino. -
A tarda sera, due giorni dopo, ritornammo a Roma .


Il cielo era trapunto di stelle ed una falce di luna, con la gobba a ponente,ci informò che tra qualche giorno l’avremmo potuta rivedere, dalla nostra casa, piena e luminosa.
Assaporavo già il caldo ambiente di Monte Mario mentre un taxi ci portava sotto casa.
Mano nella mano senza parlare, una volta entrati,ci guardammo negli occhi illanguiditi e come due esseri ormai indissolubilmente legati in uno stato di serenità cercato e ormai raggiunto, tra mille e mille affanni, decidemmo in silenzio di avere un nostro figlio.


Durante tutta la gravidanza di Sonia volli che si sottoponesse, con brevi periodi di riposo,ad ogni genere di accertamenti per stabilire se la sua precedente grave malattia potesse arrecare un qualsiasi danno a lei ed al nascituro .
Le risposte dei medici erano state sempre lusinghiere tanto che un giorno il Primario del reparto mi aveva voluto parlare.
- Senta signor Brezzi,- aveva incominciato con quell’aria del luminare dai capelli brizzolati - di casi strani nella mia vita ne avevo visti davvero tanti, Sono sbalordito,la signora Sonia è sana, come suol dirsi, come un pesce tanto che se non avessi esaminato tutte le carte precedenti direi che non ha mai avuto nessuna malattia importante. -
- Anzi, - aveva aggiunto, facendomi notare che nell’anamnesi che gli avevamo fornito al momento nella prima visita c’erano molti elementi clinicamente interessanti, - vorrei essere autorizzato per una relazione ad un prossimo Congresso sulle malattie virali dal momento che il fatto virale in effetti c’era ed era estremamente serio. -
Non avevo voluto dirlo a Sonia ma anch’io, che avevo tanto insistito che si sottoponesse a quella marea di esami e di visite, pur certo della sua guarigione, ero molto perplesso che quel virus non avesse lasciato nessuna traccia nel sangue o in qualche organo e neppure minime lesioni.
Sapevo che rare volte la scienza non è in grado di stabilire i motivi di certe guarigioni che noi, profani, chiamiamo miracolose. Però il caso di Sonia era stato veramente incredibile senza che ci fosse nemmeno stata, da parte sua o mia, una preghiera speciale o un pellegrinaggio dai risvolti mistici o religiosi che potesse in qualche modo, per chi almeno creda in un qualsiasi Dio, giustificare un intervento sopranaturale.
Tutto ciò avevo confidato ai vari specialisti interpellati e pian piano quella lontana convinzione, che mi ero fatto nei boschi bosniaci, sulla imperante capacità del cervello di dominare non solo qualsiasi atteggiamento ed ogni sensazione del nostro intelletto ma anche di permetterci di vivere e di morire, era divenuta travolgente quasi fosse una legge ferrea che domina l’uomo e tutto ciò che si manifesta nella sua vita.
Tutto il resto era stato il frutto dell’armonia .
All’inizio, solo una profonda e fraterna amicizia, uno scambio continuo di pensieri e sensazioni, un modo di vivere semplice e del tutto privo di rimorsi, pentimenti od odio, ci aveva uniti come se io e Sonia avessimo vissuto insieme un periodo di estasi non voluto o cercato.
Nessuno dei due aveva mai pensato all’amore, cioè a quello che i comuni mortali chiamano in questo modo, perché il bisogno di vivere l’uno con l’altra era stato ben superiore alle esigenze e bisogni della vita anche sessuali dei nostri corpi.
Soltanto un lungo e tortuoso filo ci aveva tenuto insieme come un plasma vitale, una forma gigantesca elicoidale di DNA che non avevamo creato ma che era intervenuto fra noi per avvilupparci occasionalmente, per semplice caso.
Quante volte da bambino avevo pensato che in quel momento preciso, in qualche remoto angolo della terra, potesse esistere un essere femminile creato per me da qualcuno e quante innumerevoli volte avevo avuto la sensazione che costei non esisteva e non sarebbe mai esistita.
Invece l’avevo conosciuta nella mia adolescenza ma non l’avevo riconosciuta la mia donna,creatura speciale per quel uomo che si era affannato dietro stupide ed irraggiungibili chimere destinate a sconvolgerlo ed a portarlo ad un passo dal suicidio.
Probabilmente, ora, potevo dire di aver trovato infine l’amore ma forse anche questa sensazione e questa necessità di pensare e di dare ad un altro essere vivente, non era che la voce di quel egoismo e di quella viltà di cui mi aveva accusato Lucia.
Era possibile che tutto quanto accaduto era e stava vivendo nel solo mondo del mio pensiero perché così avevano voluto gli stimoli chimici, subliminali che avevo prodotto nella mia scatola cranica.
Non avevo mai provato a piegarmi alle regole ferree del vivere, cosiddetto civile ma ora almeno le sopportavo con poca fatica e quel figlio che Sonia stava per darmi, anche lui, non avrebbe potuto modificarmi in alcun modo.


Alla nascita di Fabio, un robusto maschietto di oltre tre chili, Sonia, accarezzandogli i già folti capelli con cui era venuto al mondo, pallida ma con il viso radioso per quella maternità che insieme avevamo deciso, mi sussurrò, mentre sedevo al suo fianco con una mano appoggiata lieve sulla sua fronte bianchissima e fredda.
- Pensa, Roberto, quanto è stato difficile e quante rarissime possibilità ha avuto Fabio di nascere. Soltanto l’intervento di miliardi di fili tessuti dalla mano del fato l’ha creato ed altrettante combinazioni lo faranno crescere, realizzandolo come uomo., realizzandolo come uomo !.-
- Auguriamoci,- aveva sorriso- che un grande equilibrio gli sia stato assegnato dalla sorte e che così possa un giorno vivere questa vita nell’armonia e nella norma senza eccessi, né verso le estreme frontiere dei superdotati né verso quelle illogiche barriere dei poveri di spirito, tante volte così buoni ed indifesi da essere oggetto della pietà o della aggressività altrui. -
Tutto avrei potuto immaginare tranne che Sonia mi parlasse in quel modo in uno dei momenti più felici della sua esistenza.
La guardai a lungo e teneramente osservai quel piccolo fagottino che era mio figlio e piansi singhiozzando, tanto non riuscivo più a trattenere l’emozione che le parole di Sonia mi avevano provocato.
Feci un grande sforzo per ricompormi in un atteggiamento sereno e dopo averla baciata dolcemente, preso tra le mie braccia il bambino, affermai.
- Non desidero che anche tu Sonia sia contagiata dal mio modo di riflettere sulla vita e sulla morte. Lo strazio che può nascondersi negli esseri umani, noi due, dobbiamo cercare di considerarlo un evento rarissimo o almeno illudersi che così sia. I nostri auspici, per Fabio, sono del tutto sovrapponibili ma tu, da questo momento, dovrai pensare solo con il tuo cuore di mamma, amore mio, lo desidero tanto.-
- Forse, - riflettei ad alta voce – è meglio essere illogici nei nostri pensieri e vedere soltanto ciò che la vita ci ha dato di bello. -
Ora non pensare più a nulla, - conclusi esortandola, - e cerca di riposare. –
Come se la mia preghiera fosse stato un ordine vidi il viso di Sonia distendere e rilasciare i bei lineamenti, le labbra morbide rinunciare a muoversi, gli occhi divenire luminosi e sereni.
Fuori una serie di nuvole dall’aspetto elegante, come striscioline lunghe di carta velina, un po’ grigie e un po’ rossicce creavano una cornice indimenticabile al tramonto del sole che tra di loro faceva capolino in un cielo terso senza foschia .


Non ricordo più, se non come un distensivo film della domenica, ogni cosa di quegli ultimi venti anni passati con Sonia ed è quasi come se non avessi vissuto le innumerevoli vicende felici o le mille sofferenze di cui la vita mi ha fatto partecipe.
Oggi posso dire di aver intrappolato in una gabbia invalicabile il mio pensiero e di essere riuscito a vivere malgrado l’autolesionismo e l’autodistruzione, dalla cui dipendenza compulsiva solo le emozioni mi permettevano di usare mediocremente il mio cervello.


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VETRINA